14 febbraio 2017

Cronache dal demo di Colono (52): Questione di baffi

A Francesco Gabbani si deve augurare di non essere sommerso e inghiottito dal diluvio di discorsi sostenuti che sta suscitando e, anzitutto, di tenere a galla la sua faccia da italiano impunito e sulla soglia di una maturità personale non si sa se rimandata o appena conseguita. A tale faccia, secondo il parere di Apollonio, egli deve una parte di questo suo successo.
Si tratta d'altra parte di un prodotto tipico nazionale, a lungo poco valorizzato per congiunture sulle quali non è il caso di diffondersi. Ma in proposito è sufficiente si pensi anzitutto al genere, sottolineato dai baffetti, e correlativamente a un'attitudine né moralista né sentimentale. Sono, si osservi, questi ultimi i caratteri che marcavano peraltro tanto le figure quanto le canzoni che, al momento decisivo, gli si sono trovate contrapposte.
Una faccia così mancava da un po' dalla scena della canzonetta italiana (e forse non solo da quella della canzonetta) e, oltre alla predisposizione nativa, a Gabbani servirà molto lavoro per portarla con dignità. In proposito, il peso della tradizione non è infatti ignobile. E, sfuggendo alle volgari chiacchiere intellettuali, in ciò si parrà appunto, se c'è, la sua nobilitate.

8 febbraio 2017

Clima e ricerca della verità

Con maggiore o minore clamore, si sentono riecheggiare le affermazioni di presunta scientificità delle schiere opposte di chi dice prossima e forse già in atto una catastrofe climatica, per via di pratiche umane sconsiderate, e di chi dice sconsiderata la diffusione di una paura del genere.
Ci sono smisurati interessi ad alimentare ambedue i campi, quando fanno sembiante di andare alla ricerca di una verità, in proposito: se non si è ciechi e sordi di spirito, non è difficile accorgersene.
Il caso è esemplare.
La commistione di interessi e ricerca della verità è iscritta nel programma della modernità ed è giunta a una fase che pare parossistica. Nessuno immagina, oggi, come altrimenti si possa fare scienza, si possa cioè mettere in pratica una ricerca della verità. È l'interesse il motore che spinge a cercare la verità ma come si fa a prestar fede a una ricerca della verità determinata dall'interesse? 
Il paradosso è lampante e l'evo che vi si è ficcato, se non finirà perendo nel diluvio universale che una parte prospetta, perché tale diluvio, come dice l'altra parte, non ci sarà, merita d'annegare in un ridicolo che, ci si augura, non sia troppo tragico, visto che sta trascinando con sé la povera umanità.

6 febbraio 2017

Cronache dal demo di Colono (51): L'arte di Toni Servillo, alla sua acme

Dicono sia successo questo: "Toni Servillo sgrida uno spettatore che smanetta al telefono in prima fila: applausi dal pubblico". Apollonio stenta a crederci. Non sarà vero e sono certo i giornali che s'inventano simili sciocchezze, per vellicare le foie ridicolmente forcaiole di un pubblico che aspetta solo un'occasione, anche la più cervellotica, per indignarsi e per osannare chi s'impanca a fustigatore e condanna. 
Fosse successo (ma Apollonio ribadisce: non ci crede), solo un commento sarebbe appropriato.
Farebbe infatti scompisciare che, per attirare sopra di sé un po' di attenzione e per strappare, già fuori scena, un applauso corrivo e moralista, a Toni Servillo fosse venuto fatto di atteggiarsi da caporale nei confronti di uno spettatore, ancora prima dell'inizio del suo spettacolo. Da vero caporale, qui si dice, non solo per onorare la memoria del guitto raffigurato nell'immagine, ma anche per non adoperare la più colorita e meno decente espressione in uso a Napoli e altrove (quella, notissima, che condivide, per esempio, con struggente il nesso consonantico iniziale).
Fosse successo (ma è ipotesi dell'irrealtà: lo si sa che non è possibile e che sono i giornali che inventano bufale), di tale gesto da grande attore sarebbe da conservare imperitura memoria. Sarebbe infatti il punto più alto raggiunto dalla straordinaria carriera di Toni Servillo. Una persona vera, colta proprio nel momento del suo inveramento.

2 febbraio 2017

Parabole (8): Rivoluzione e buona educazione

L'esperienza è comune: nella testa di ciascuno e secondo le sue sensibilità, solo un verso, un distico, un ritornello finiscono talvolta per risuonare come emblematici di una canzone. E di un momento. 
Nella recente e molto accattivante Tutti contro tutti degli Stadio (feat. Vasco Rossi, come si usa scrivere adesso, per dire "con la partecipazione di" - e non si può negare sia più spiccio), hanno un carattere del genere i due versi "bisognerebbe scoppiasse una rivoluzione | o che almeno tornasse la buona educazione", che riscattano un testo corrivamente moraleggiante, nel suo complesso.
Ricorrono sul declinare del pezzo e verso la sua conclusione, immediatamente prima dell'assolo di chitarra che, rockeggiando canonicamente, marca l'acme della composizione. Non è difficile supporre che una collocazione del genere non venga a casaccio e ipotizzare conseguentemente che lì si trovi se non il succo della canzone, perlomeno la prospettiva dalla quale inquadrarla.
La prospettiva ironica di una paradossale contraddizione: il balzo verso il futuro di un cambiamento radicale, pur asserito come necessario, vi si trova combinato, come eventualità subordinata, con un ritorno a un bene passato e in ogni caso augurabile. Insomma, avanti o indietro? Avanti o indietro, come usa adesso, in disgiunzione non-esclusiva. Tutto, tranne il presente, né rivoluzionario (si opina) né ben educato (si osserva).
Per naturale rispecchiamento, i dati anagrafici degli Stadio e di Vasco Rossi dicono del resto in modo inequivocabile quale sia il nocciolo del pubblico cui le loro canzoni si indirizzano né la circostanza è contraddetta dal fatto che questo transeunte Apollonio abbia volentieri prestato in proposito il suo orecchio. Anzi. 
L'Apollonio eterno, ovviamente, lo redarguisce: "Ma di che diavolo vai a occuparti, cretino?". Ha ragione.
Chissà a quanti però l'accostamento di rivoluzione e buona educazione ha rinnovato la memoria di parole che, alcuni decenni fa, avevano criticamente combinato i due concetti e che erano allora ripetute da molti: "...la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo; non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia".
Che siano state proferite e soprattutto replicate in modo probo o improbo ha poca importanza. Non è morale, la faccenda, ma teoretica. Alla luce (d'Oriente) di quanto esse asseriscono, infatti, l'assenza di buona educazione è tratto caratteristico di una rivoluzione e non si dà rivoluzione senza che il garbo nei modi non ne risulti sospeso.
Orbene, che la buona educazione manchi è condizione ormai da lungo tempo verificata e quindi perdurante e l'indizio non può che essere loquace, per la formulazione di un'ipotesi. Ai vecchi, forse, pare il contrario, ma una rivoluzione è da gran tempo in atto. Né pare avere soste.
Proprio questo permanente presente potrebbe insomma essere la rivoluzione permanente che s'era augurata di vivere la loro non-permanente gioventù. Non se l'era augurata in questi modi? Ma ha appunto modi, una rivoluzione? E, guardando dal passato, chi può sapere mai quali forme presenti avrà il presente futuro? Restare lucidi, per intenderle quando vengono, è magra consolazione, ma, forse non solo per i vecchi, non se ne intravedono di migliori.