27 aprile 2014

Linguistica da strapazzo (28): Persona, tempo, genere. Grazie al Cielo, tutti grammaticali.

video

Felice inciampo del linguista da strapazzo nella videoregistrazione da cui è tratto il brano qui esposto: reperto esemplare e occasione utile per gettare uno sguardo intuitivo sulla plasticità di funzioni tenute invece come rigide categorie dall'ideologia grammaticale (e dai suoi succedanei culturali della più varia natura, nella vita sociale). 
In poche decine di secondi per effetto di montaggio, presentandosi e dicendo di sé, l'intervistata si atteggia discorsivamente sotto tre persone grammaticali, con quattro commutazioni: seconda, prima, terza, di nuovo seconda. Reagisce alla sollecitazione di parlare di sé con un esordio in seconda persona: "Sei sempre una ricercatrice". Un 'io' in apertura sarebbe stato del resto meno fine. Certo più chiaro, però, ed è così che, immediatamente, come a palesare, per chiosa esplicativa, che quel 'tu' non vale in funzione dell'enunciazione né cade nell'indeterminatezza del cosiddetto tu generico, la seconda persona è commutata nella prima: "io, prima di tutto, sono un medico...". Per opportuna coerenza grammaticale, compare così la terza: "che ha fatto della ricerca il proprio punto fondamentale ma ha lo scopo di curare i pazienti e di formare gli studenti". E infine, quando si tratta di diffondersi concisamente in una spiegazione e di narrare, torna la seconda dell'esordio, che si qualifica così come la persona che caratterizza la trama del testo: "Quello resta sempre. Questo è quello che tu sei. Dopo di che la vita ti porta a... se tu hai questo passo... questo questo... questa... passo che ti permette di vedere i problemi non rapportati a te stesso ma rapportati alla società automaticamente ti viene da essere un punto di riferimento per una serie di persone quindi cominci a coordinare". Tutto in perfetta scioltezza e piena naturalezza. Nessuna soluzione di continuità, nessuno stridere di ingranaggi, nessuna frattura discorsiva. 'Tu', 'io', 'lui' (sì, 'lui'), 'tu': tutte faccette appropriate a variare le prospettive d'un discorso brevissimo in cui l'enunciatrice parla, come le è richiesto, solo di sé e in funzione del quale sarebbe stata dunque autorizzata, nella rigida visione categoriale, a dire esclusivamente ioPersona, del resto, valeva 'maschera', come si sa. 
Come persona grammaticale, è 'tu', lo si è visto, a reggere invece la trama del testo. Un 'io' che l'enunciato atteggia a 'tu' si desoggettivizza. Sulle orme di Benveniste, se la terza è la non-persona e la prima è la persona soggettiva, la seconda è la non-soggettiva. La narrazione di un'esperienza in cui l''io' si maschera, peraltro in modo riconoscibile, da 'tu' desoggettivizza tale esperienza. Narrativamente, essa cessa di valere solo da accadimento eventuale, da accidente d'una vita individuale soggettivamente prospettata. Se il caso si dà, può proiettarsi, come un exemplum medioevale, nell'empireo delle necessità che trascendono l''io' enunciatore, il suo tempo, il suo luogo. 
Ne segue una qualche autonomia dell'enunciato narrativo dalle coordinate della sua enunciazione: il suo presente, per es., può agevolmente non essere il presente dell'enunciazione: "...la vita ti porta... tu hai... ti permette... ti viene... cominci". Non è l'adesso, è la regola in cui, non contraddittoriamente, le circostanze narrate si inscrivono: ciò che accade sempre, nel non-tempo di un universo ideale e, come si osservava, già letterario, abitato e 'agito' da un personaggio, il 'tu' in cui si prospetta l''io', che fattosi narrativamente 'tu' ha già collocato il suo discorso sotto il segno della funzione poetica, nella prospettiva metonimica, si dirà con Jakobson.
Infatti, per sospensione di incredulità o per delega di esperimento, il 'tu' dell'enunciazione (nel caso specifico, chi ascolta e vede) può immaginare come condivisa (o condivisibile) l'esperienza. Può concedersi a tale gioco senza perdere consapevolezza che, come per un trucco cinematografico, è un effetto speciale della lingua a prospettare l'esperienza di cui è questione come l'esperienza di un 'tu' che non è lui o lei. 
Dire di sé mascherandosi da 'tu' comporta, nell'orizzonte di attese dell''io', un destinatario che, prestandosi al gioco, silente annuisca, fosse anche solo per (sottilmente estorta) buona educazione. Una reazione, in termini dialogici, come: "Io? Ma che dici?" sarebbe non collaborativa e da guastafeste e significherebbe rifiutare polemicamente l'invito, implicito in quel 'tu' in cui occhieggia l''io', a un'agnizione, alla scoperta partecipativa di un rapporto di fratellanza (o di sorellanza), a un'adesione simpatetica. Del resto, per attitudini confidenziali (autentiche o simulate, poco importa), si narra di sé indossando la maschera del 'tu' coi 'tu' che si sentono prossimi, ai quali si vuol fare sentire (anche ingannevolmente) che li si considera prossimi, dei quali si sollecita la simpatia se non la solidarietà.
Intorno al quarantesimo secondo della videoregistrazione, ove fosse sfuggita, massima attenzione merita invece la combinazione della voce che dice "a te stesso" mentre il gesto deittico dell'enunciatrice è rivolto a se stessa, dice quindi 'a me stessa'. In astratto contraddittorie, le due espressioni non lo sono per chi parla e, con naturalezza, compie il gesto né per chi vede il gesto e ascolta le parole. Tanto dal punto di vista della produzione, quanto da quello dell'interpretazione, esse sono calcolate compositivamente e integrate in un sistema atto a gestire in maniera flessibile (ma per nulla indeterminata: anzi, determinata fino al dettaglio) la differenza tra funzioni e forme, differenza segnicamente pertinente nelle parole come nel gesto.
Se, dicendo di sé, la voce si esprime in una seconda persona che veste la prima, mentre (per dire così) il gesto deittico lo fa direttamente in prima, è tuttavia difficile immaginare che l'inverso possa prodursi con una perspicuità discorsiva comparabile. La plasticità della parola o, se si vuole, l'essere essa disposta meglio del gesto alla menzogna potrebbe avere avuto un ruolo filogenetico non trascurabile nell'assicurare appunto alla parola fortune espressive indubbiamente maggiori di quelle del gesto. 
Nell'espressione umana (anche la verbale), si badi bene, il gesto è tutt'altro che accessorio ma tradisce, come si osserva da sempre con semplicità. Intrinsecamente corporale, esso è difficilmente scorporabile dalla soggettività di chi enuncia. 
La parola, radicalmente funzionale, elemento di giunzione che dà valore al corporale e allo spirituale, è invece atta a creare universi non contraddittori, pacificamente espressi e interpretati, in cui, per esempio e in modo perfettamente banale, un 'io' femminile, sollecitato a parlare di sé, della sua esperienza e del suo successo proprio in quanto femminile, costruisce, per finzione enunciativo-narrativa, una trama di autoriferimenti alla seconda persona e a uno di essi, il più saliente, anche perché sottolineato da un gesto parlante, dà la forma, altrettanto se non più parlante, di un "a te stesso": una forma non-marcata, quanto al genere. O forse (e qui l'ambiguità dell'italiano non concede di dirimere) maschile. 

[Protagonista, volontaria, della videoregistrazione e, involontaria, di questo frustolo è una donna di scuola e di scienza, come lei medesima dichiara in apertura. Per tali ragioni, Apollonio è certo che non le dispiacerà di avere prestato a queste modeste riflessioni sull'espressione la sua degna attitudine nella circostanza e le sue appropriate parole: l'una e le altre preziose, peraltro, perché spontanee e non orientate alla bisogna, come accade invece in quegli esperimenti di laboratorio che le saranno familiari. A lei, se mai le giungesse notizia di questa bagattella, la gratitudine di Apollonio.]

25 aprile 2014

Come cambiano le lingue (7): Metafora quotidiana

I parlanti non ne hanno consapevolezza, ovviamente: l'etimo di cosa, parola italiana quante altre mai generica, quanto a uso e significato, è il latino causa, che, ai suoi tempi e in origine, generica non era: lo è diventata. 
Causa un giorno, causa un altro, però, e messa lì, causa, nei discorsi, tanto a proposito quanto a sproposito, e ovviamente molto, enormemente più a sproposito che a proposito, piaciuta poi l'espressione a chi è sempre pronto a stare sulla cresta dell'onda del cambiamento (linguistico), causa è diventata una cosa qualsiasi. 
E che cosa sia una causa strapazzata, fatta polpetta e andata a ramengo non importa ovviamente più a nessuno di coloro che, da secoli, dicono felicemente cosa
Del resto, non può essere che così: il cretino prevale, ineluttabilmente, dentro chiunque parli e, nel complesso, nella società dei parlanti. E col cretino, prevale l'approssimazione. 
Opporsi al cretino è insomma una causa persa o, come direbbe un personaggio di Andrea Camilleri, "non è cosa". Anzi, di norma, opporglisi è manifestazione di una forma complementare di stupidità, la pedantesca. Talvolta più pericolosa, perché, come capita coi sentimenti dei sicuri perdenti, rabbiosa e, si desse l'occasione, gratuitamente sanguinaria. 
Solo la lingua, per le sue vie segrete, sistematiche e impersonali, ripara col tempo le sciocchezze. Della pochezza espressiva umana, riesce così a fare, di nuovo e non si sa come, arcane meraviglie. Di modo che gli stupidi abbiano ancora lavoro e vadano ancora avanti con le loro approssimative idiozie, sulla via indefinita (infinita, non la si può certo dire) della storia umana. Che, come la storia personale di ciascuno (anche l'espressiva), può essere guardata con spirito compassionevole, bene che vada, mai con orgoglio o con l'illusione che porti verso il meglio.
Ebbene, ciò che capitò a causa, fatte ad oggi le dovute proporzioni (di domani, nessuno può dire), sta capitando adesso a metafora
Apollonio l'ha già più volte detto (e i suoi lettori ne avranno piene le tasche). Se lo ridice, però, è perché, passo dopo passo, gli pare di vederne sbiadire ogni valore denotativo. E se quando la si cominciò ad adoperare "a bischero sciolto", essa, a infranciosare i discorsi, sostituiva espressioni più tecniche e connotate, ma sempre relative all'area della lingua figurata (per es., sineddoche o allegoria), la si vede adesso gettata lì a casaccio, come semplice e puro sproposito, tanto per dire qualcosa che non si saprebbe come altro dire, per tirare fuori una paroletta magica che, qualunque sia il tema, si può stare tranquilli che ci stia. Non significa proprio nulla, infatti. O tutto, che è appunto la stessa causa, pardon!, cosa.
Un recente esempio? Il titolo, forse redazionale, forse no, del trafiletto di un critico televisivo emunctae naris e dallo stile di norma piuttosto risentito: Pif in Groenlandia diventa una metafora
Chiedersi cosa vuol dire servirebbe a poco: è una metafora, no? Tutto, nel mondo, è pronto per essere una metafora. Quindi lo può diventare. Lo è o può diventarlo, a fortiori, una metafora. Insomma, come per cosa, se c'è qualcosa, ancora, che non è una metafora, per esempio una metafora, si può star tranquilli che presto lo diventerà, una metafora. La metafora d'una metafora. Chiaro, no?

24 aprile 2014

Linguistica da strapazzo (27): Il non-nome nel testo


Questo annuncio deliziosamente malizioso è teletrasmesso dalle reti svizzere, con scopi apertamente edificanti. Con esso, l'onomastica evocata in conclusione ha poco da spartire, se non la letteraria, come appunto si vedrà rapidamente in questo frustolo.
Tra tutte le creature che vi appaiono, di una sola non vi viene pronunciato il nome proprio: è la creatura che, con un saluto, ciao, che si vuole confidenziale (e che si scopre provocatorio), appella come Pietro (guarda caso) il contadino-pastore. Con la palese espressione di ebete beatitudine di chi si trova in un paradiso, questi è intento a snocciolare i nomi propri di caprette tenere e candidissime; nomi propri tutti d'una qualche ricercatezza e tutti femminili, malgrado qualche barbetta: ma animula vagula blandula...
La creatura priva di nome si allontana, mentre Pietro, in imbarazzo, passa dal ciao della prima, irriflessiva risposta a un circospetto salve, meno compromettente quanto ai reciproci rapporti. E allontanandosi, mentre spinge lo strumento che le permette rapide apparizioni e altrettanto rapide fughe, la creatura lascia dietro di sé la macchia rossa della camicia che indossa e la fiamma, di un rosso più scuro, della coda. Sullo sfondo, sempre sui toni del rosso, delle apparenti sbarre, in disordine, rispetto al cosmo ordinato dell'ovile di Pietro.
Il nome proprio di quella creatura, Pietro magari non lo conosce. È noto, tra contadini e pastori, che la creatura può prenderne mutevolmente innumerevoli, alla bisogna. Pietro ne immagina certo il comune e, di lì, l'antonomastico. Ma, appunto, è anch'esso un tabù: proferirlo non si deve e nemmeno si può. La creatura, insomma, è l'innominabile.
Restano, con la pensierosa perplessità di Pietro, i candidi belati delle caprette, incosapevoli della pericolosa epifania, e, nel silenzio sospeso e misterioso di una solitudine montana, il bucolico suono delle loro campanelle.

[L'incongruo die dell'intestazione su YouTube dice dell'opera, nella messa on line, di un correttore automatico: del resto, la versione italiana dell'annuncio si prospetta come scoperto apografo di quella tedesca.]

16 aprile 2014

A frusto a frusto (85)



Più d'un ragionevole sospetto che siano tutti errori. E a fare la differenza, le intenzioni con cui li si commette non contano. Restano i modi a variarne il valore: interminati, da una grazia ultra-umana a una troppo umana laidezza.

12 aprile 2014

Linguistica da strapazzo (26): Linguistica, pardon! Pubblicità comparativa


Le risorse c'erano tutte, nella lingua: l'indeterminazione categoriale e funzionale della forma e la disposizione all'agglutinazione della manifestazione della persona (del resto, così già aveva detto delle origini della famiglia, or sono due secoli, Franz Bopp). Ecco come da un nome o da un verbo comune è venuto fuori un nome proprio, con l'incorporazione del soggetto squisitamente personale dell'enunciazione. I rapporti grafici tra maiuscola e minuscola vi sono graziosamente invertiti: un modo per dare eleganza alla trouvaille (l'ego è, come si sa, per sua natura orientato alla volgarità) ma anche un modo per mettere in chiaro a quale gerarchia obbedisce la combinazione morfologica. Ed ecco, per via di tale battesimo, come la designazione di un oggetto comune è passata dalla banalità del dizionario alla salienza dell'enciclopedia: da comune luogo comune a luogo comune proprio, agente, peraltro, di quella epidemia di prima persona (o di suoi feticci) cui si riferiva un frustolo di qualche giorno fa. Il gioco è mascherato ma in modo da essere riconoscibilissimo: come deve essere il gioco della seduzione, che è alternanza di vedi e non vedi, di credi e non credi. 
C'è adesso qualcuno che, come fa appunto di norma un outsider costretto a rincorrere, tenta di togliere al gioco il fascino del velo:


Con esplicita durezza, rimette così le cose nel loro modo consueto, ciò che va maiuscolo al maiuscolo e al minuscolo ciò che va minuscolo. Toglie dall'ambiguità le forme e le attribuisce a canoniche categorie. Prova insomma a cambiare: dalla sintesi (poetica) di noccioli nominali, all'analisi (prosastica) di nessi proposizionali, disagglutinando, scorporando, atteggiandosi alla chiarezza d'una sintassi elementare.
Minuzie. E minuzie interessate, bottegaie: la pubblicità è fatta per vendere. I processi che qui mette in atto (consapevoli o inconsapevoli, cosa importa?) non sono dissimili però da quelli, grandiosi, di vicende diacroniche delle lingue sulle quali gettare uno sguardo diacronico è possibile. E, con quello diacronico, anche uno sguardo comparativo, come l'outsider vuole appunto si azzardi, per sfida, passando dalla numinosità totemica e verticale del nome alla quotidiana esperienza (quanto veritiera?) di un oggetto orizzontale, ma non, ovviamente, terra terra.

11 aprile 2014

Linguistica candida (16): Di Chomsky oggi, con amaro affetto

Dei pensieri e delle procedure di Noam Chomsky, Apollonio condivide poco, come sanno bene (se non fino alla noia) i suoi cinque lettori. E deve essere anche trasparso, qui e là in questo diario, che nemmeno umanamente (per ciò che ne può dire a partire dalla figura pubblica) Chomsky gli va a genio. 
Con Chomsky, Apollonio convive tuttavia da sempre, nella sua presente vicenda mondana. Chomsky fa parte del suo stabile panorama. Lo ha trovato lì, quando si è affacciato per la prima volta sulla sua disciplina e vi ha poi preso il suo strapuntino, e lo vede oggi scorrazzare, da vecchio, un po' in ogni luogo, anche se meno, appunto, nella sua disciplina. Come fa, Apollonio, a non essergli allora un po' affezionato? Forse, più di un po': del resto, è un sentimentale.
Ora capita che nel giro di pochi giorni giungano ad Apollonio due segni che riguardano Chomsky. Due segni che mettono Apollonio nello stato, appunto, sentimentale di prodursi in qualche interiore, amara riflessione.
Primo segno. "La televisione è stata una delle forze che hanno operato per indurre gli italiani [sic!], volenti o nolenti, a condividere almeno una lingua comune, proprio perché molti non avevano questa lingua comune, considerata la prevalenza dei dialetti parlati dagli anziani. È una cosa positiva? È una cosa negativa? Dipende da quale considerazione uno ha di questa entità Stato-nazione. C'è del positivo e del negativo: di certo, la televisione ha svolto il suo ruolo in questo processo". 
Non è un reperto da Quelli della notte, gustoso programma televisivo degli anni Ottanta. Non è la fantasiosa composizione di ciò che, in quella sede, avrebbero potuto dire i compianti Riccardo Pazzaglia e Massimo Catalano, che, caso mai, l'avrebbero appunto detto con ironia. 
Pare invece sia una performance, per nulla ironica, anche se marginale, che Chomsky ha offerto al pubblico accorso a Roma per sentirlo, pochi mesi fa, nel corso di uno degli ormai periodici Festival delle Scienze. Ne rende graziosa testimonianza una recente pubblicazione scientifica, che se ne serve verbatim come epigrafe, certamente per il gusto di appellarsi, con spiritosa antifrasi, al parere di un manifesto incompetente.
In quel contesto spettacolare, l'uscita c'è da supporre sia stata infatti sollecitata a Chomsky da qualcuno che certo gli vuol bene molto meno di quanto gliene abbia mai voluto, poniamo, un Apollonio. Ha indotto infatti il vecchio linguista a esporsi, con una grossolanità piena di ovvietà, sopra un tema di linguistica sul quale egli può vantare poche conoscenze, com'è del resto lampante. Né basta ovviamente essere Chomsky perché ogni accento sia creativamente intelligente e meritevole dell'enfasi della memoria.
Secondo segno. Il rombo dell'effimero chiacchiericcio si è propagato fino alla lontana Citera di Apollonio: pare ci sia stata un'epifania del nome di Chomsky nelle prove nazionali per l'accesso alle facoltà universitarie di Medicina e Chirurgia: in tali prove, il linguista americano ha avuto l'onore non solo di una menzione ma di fare oggetto di un'interrogazione, nella sezione di cultura generale.
Indizio dello sfondamento, da parte della linguistica e con il suo massimo campione, del muro degli specialismi? O indizio della (si dica così) acuta sensibilità, tra coloro che preparano tali prove, all'aria che tira nei piani alti del relativo Ministero? Che si faccia comparire un linguista anche lì male non farà, avranno magari pensato. E chi se non il linguista per antonomasia?
Comunque sia andata, gli esiti dell'epifania, nella rete, sono appunto di tale tenore: "Noam Chomsky, in effetti, è uno dei più rispettati ed autorevoli studiosi di linguistica a livello mondiale: viene ritenuto... lo scienziato che più ha spiegato i meccanismi del linguaggio umano negli ultimi anni. La sua opera principale... illustra la sua teoria più celebre: sostanzialmente Chomsky ritiene, e spiega, che il linguaggio sia una dote innata dell'uomo, che può combinare tutte le parole che conosce per creare infinite frasi nella sicurezza che chi comprende la sua lingua capirà la frase anche se non l'ha mai sentita prima... Per le scienze linguistiche questa intuizione di Chomsky è stata una vera e propria rivoluzione, perché c'erano varie teorie, ma nessuna certezza su come 'gli uomini acquisissero l'abilità di linguaggio, sia nel momento interpretativo, sia in quello produttivo'; la grammatica e le regole di base del linguaggio rimangono, ma la mente dell'uomo è creativa, parte da queste e inventa costantemente nuovo linguaggio e nuove strutture". Qui, la pagina nella sua interezza ed esemplarità: del resto, non diverse, nella sostanza, le notizie apparse anche in sedi più autorevoli e nelle reti sociali.
Riderne? Certo. In passi del genere si vede però benissimo il seme di ciò che Chomsky ha voluto e ancora insiste rimanga di sé. "Linguaggio", "infinito", "grammatica", "innato", "creativo", "spiegare", "mai sentita prima", "teoria", "mente", "intuizione", "rivoluzione": tutte parole e espressioni chomskiane. L'automa va, insomma. Combinate, rispettando creativamente le regole, parole del genere non faranno sempre un perfetto discorso chomskiano?
A essere cattivi, si potrebbe insomma dire che Chomsky abbia oggi proprio ciò che si merita. E peraltro il merito che si è guadagnato rispetto a se medesimo, in proposito, è ancora maggiore, se gli capita, da vecchio e ormai come un feticcio, di farsi portare in giro a raccontare, con leggerezza, non solo le storie sulle quali fantasticò nella sua giovanile incoscienza, ma (come pare) anche storie di cui sa poco o nulla. Per incoscienza, stavolta, senile? 
Apollonio l'ha confessato in esordio: nutre affetto per Chomsky. Distante, ma affetto. Chomsky, si augura così con affetto Apollonio, accompagnerà la linguistica ancora per molti anni. Qualcosa rende però amari i suoi pensieri e i segni che vede, tra le evocazioni in rete e per epigrafe, sono in proposito eloquenti. Ne è addolorato, Apollonio, perché un po', forse più di un po', a Chomsky, gli vuol bene. È ormai evidente, però. Quando Chomsky se ne andrà, varranno tristemente ed esemplarmente anche per lui, come autentico epitaffio, le antiche parole del feroce e veritiero Charles-Augustin Sainte-Beuve: "Le persone celebri, per la maggior parte, muoiono in un vero e proprio stato di prostituzione".

7 aprile 2014

Linguistica candida (15): Parlante

Parlante: definire in tal modo l'essere umano, in funzione dell'espressione, è metonimia. Correttamente prospettato, nel suo ecosistema espressivo, sterminato come un oceano, ogni essere umano è anzitutto in ascolto. Lo è per la maggior parte del suo tempo di vita. Con Apollonio, i suoi cinque lettori, stanno certo pensando in questo momento, con un interiore sorriso, che in proposito ci sono, ahinoi, delle eccezioni: lo testimonia il comportamento di qualche conoscente. 
Anche tali eccezioni, tuttavia, ammesso che esistano fuori di celia, sono in ascolto, se non di altri, di se stesse. Quindi essere in ascolto è proprio di ogni essere umano.
Lo è d'altra parte nel tempo cruciale della formazione della capacità di manifestare il proprio naturale talento espressivo, secondo i modi (e i riti) dei luoghi e dei tempi in cui si cade: dopo averli appunto opportunamente ascoltati, tali modi e riti, e averne evinta, senza nemmeno dirselo, una ratio
E non si parli, tra ascoltare e parlare, di un contrasto di attitudini: passiva, la non-marcata; attiva, la marcata, con i conseguenti comportamenti. In funzione dell'espressione, anzitutto, essere non è esclusivamente fare. Non si può fare senza essere ma si può essere senza fare. Se si crede diversamente è solo per un'ideologia perversa (e per paradosso, se non per vizio, spacciata per umanistica). 
In funzione dell'espressione, per esempio, già udire è un modo di essere. Ci si figuri quanto lo sia ascoltare: una modalità complessa d'essere attivi. Al di là dell'intenzione, sempre e solo eventuale, e che è, a sua volta, cosa diversa dall'attività, ascoltare è un fare funzionale all'espressione correlato col parlare e dal parlare differente, perché, tra l'altro, silenzioso. 
Al pari del parlare, però, l'ascolto è disposto a un'interminata serie di variazioni. Come ciascuno ha la sua parola, ciascuno ha il suo ascolto. L'ascolto ha poi i suoi gerghi, i suoi dialetti, le sue lingue. Ed è, soprattutto, la non-marcatezza dell'ascolto a governare, nella variazione, la marcatezza della parola. Chi ha ascoltato in italiano, in italiano parlerà.
D'altra parte, come si diceva, parlare senza ascoltarsi non è dato. Nella capacità di gestione del rapporto cronologico (e di conseguenza logico) tra ascolto riflessivo e parola sta l'evidente evenienza di una parola bella e morale e quindi le radici di un'estetica e di un'etica dell'espressione. E lungo uno spettro che va almeno dallo stordimento narcisistico all'irresponsabile finzione di non udirsi (talvolta, per paradosso, perché la voce con cui si parla è appunto troppo alta), in un ascolto riflessivo fallito e manchevole consiste sempre lo sconcio dell'espressione. Inautentica. Brutta.
Il momento in cui luoghi e tempi riconoscono così al piccolo essere umano la facoltà di parola e lo considerano un parlante è solo quello in cui la sua interrelazione con l'espressione si fa (più) evidente.
Parlare è il modo manifesto, e di conseguenza marcato, socialmente marcato, di intrattenere un rapporto con l'espressione. Meritevole di salienza, certo, ma, fattosi feticcio (pare non si riesca mai a fare diversamente, con le idee), sempre a rischio di volgarità e di violenza.
Mai ci si dovrebbe scordare, infatti, che la definizione positiva provvista appunto da parlante è appunto solo metonimica: la parte, e la piccola parte evidente, per il tutto da cui la parte dipende, gigantesco e celato. Né ci si può fermare, se non ci si vuole adagiare sulle facilonerie, al motto e al poeta quando sentenziano Wer redet, ist nicht tot. Dal punto di vista linguistico, infatti non è morto chi, senza aprire bocca, ascolta, visto che non è morto, anzi è agli albori della vita (o, che è in qualche senso lo stesso, al suo crepuscolo) nemmeno chi semplicemente ode.

2 aprile 2014

Funzione, ancora

The function of zebra stripes: difendere le bestie dal tafano.
E Apollonio che aveva sempre (alternativamente o combinatoriamente) creduto che si trattasse a) d'un effetto, peraltro banale, della fantasia del Creatore; b) di uno di quegli scherzi necessari di cui è maestro il caso; c) del supporto misteriosamente fornito dalla natura all'identificazione araldica (quindi culturale) di gruppi umani costituitisi, per le più varie ragioni, nell'àmbito della civiltà occidentale.
La scienza è la scienza, però, e non c'è cosa che non vi trovi il posto opportuno e la giusta spiegazione. Potenza, appunto, del tafano e della mosca tse-tse. Quella della malattia del sonno. Della ragione?

1 aprile 2014

Sommessi commenti sul Moderno (11): Persona, prima

Complesso e, al tempo medesimo, evanescente. Tale venne fuori io dal Moderno. In ogni sua forma, nel bene e nel male, se ne rivelò, in quel tempo, la natura di persona inaffidabile. Io fu persino dichiarato, a tratti, persona non gradita: così si espresse più d'uno sospettabile d'intelligenza (vale la pena di far nomi?).
Del resto, prima persona? Per il pregiudizio ideologico d'una terminologia grammaticale che recalcitra ad ammettersi cervellotica, oltre che arbitraria, ed è perciò immagine perfetta della presunta civiltà che vi si riconosce indefettibilmente. E vi si riconosce meglio che in ogni altra sua faccetta, ivi comprese la politica, la sociale, l'antropologica.
Ci si faccia caso, sul sistema del genere, per esempio, capita si discuta e, talvolta, si cambi persino opinione e orientamento. Sul sistema della persona (e sulla prima persona, in particolare) si può discutere quanto si vuole, ma che si cambi opinione o orientamento non capita quasi mai: al massimo, le discussioni si prendono a pretesto per moltiplicarli, gli io, assecondando il comodo.
Prima in cosa, del resto, come persona, la prima persona? Forse solo nella graduatoria della volgarità. Oggi, per esito paradosso di analisi, messe in guardia e disdegni d'antan, uno sterminato e incontrollato germogliare di io s'è fatto inestricabile selva: il Moderno vi ha smarrito la sua strada e, stremato tra la sterpaglia degli io interminati, si va sempre più rapidamente putrefacendo.
Incontrare prime persone diventa così sempre più facile. Se ne trovano a ogni trivio. Con larghezza d'esempi per i frequenti incontri, è altrettanto facile allora osservare che l'indice d'uso più alto di io sta nell'espressione di persone che così si rivendicano prime (o aspirano a divenirlo), cui non si mancherà d'altra parte di concedere (se a loro così piace) che prime sono, ma che, anche per via dei loro io ossessivi, dicono impudicamente al mondo di non essere belle persone.

A frusto a frusto (84)






Fraintendersi accade in due modi: con e senza conflitto. La seconda di tali accidentali evenienze è di norma designata come capirsi.