19 marzo 2014

A frusto a frusto (83)





Ha speso la vita invocando il cambiamento. Adesso incespica, s'affanna, non riesce a stargli dietro.

14 marzo 2014

Linguistica da strapazzo (25): Cosa c'è, cosa non c'è



Nell'Infinito non c'è nessun articolo indeterminativo. Ce n'è una decina, di derminativi, incluso quello, in primissimo piano, del titolo; c'è una mezza dozzina di aggettivi dimostrativi e la famiglia di questo prevale largamente sull'unico quello; ci sono tre assenze di determinatore, in altre parole, presenze di nulla: interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete (à suivre).

Cronache dal demo di Colono (24): Un dubbio, alla luce della futile civiltà della filologia

Nella lontana Citera di Apollonio giunge notizia di un personaggio pubblico italiano colto in un presunto fallo espressivo. 
È una vicenda di nessun momento, come poche altre mai, verificatasi inoltre in un àmbito di cui Apollonio pochissimo s'intende, la politica, e sul quale, di conseguenza, non ha proprio niente da dire e niente dirà. Pare adatta però ad almanaccare un po' di grammatica e di filologia, senza pretesa di tirare fuori cose ineccepibili (Apollonio, da dilettante, non ne sarebbe capace): solo per farsi compagnia e per fare compagnia ai suoi cinque lettori, alla buona.
Eccone quindi la documentazione, come essa circola nel Web, con connesse espressioni derisorie per presunta lesione dei diritti del congiuntivo, garantite, sempre sul Web e nelle reti sociali, da prestigiosi grammatici e da autorevoli organi di stampa:



Nel Corriere TV, per esempio, il breve video ricorre sotto il titolo De Girolamo cita il Gattopardo ma sbaglia il congiuntivo: "...affinché tutto cambia"
In realtà, "...esortando con il cuore il Presidente del Consiglio a evitare che tutto cambi perché nulla cambia" legge sul suo foglio la giovane parlamentare. Non cita alla lettera nessun passaggio dell'opera di Tomasi di Lampedusa, del resto. Piuttosto la evoca, genericamente: che l'evocazione sia poi rispettosa o irrispettosa dello spirito di quell'opera, qui non importa precisarlo. 
Quanto ad aderenza ai fatti testuali (e quindi al solo fatto rilevante, per la notizia), quel titolo giornalistico non si può però dire sia esemplare. Di affinché (si noti, tra virgolette) non c'è traccia nelle parole della deputata campana, che, certo, sarebbe tanto facile quanto ingeneroso prendere a prova del fatto che in Parlamento non sono più i tempi di Benedetto Croce (e da lunga pezza) ma cui si potrebbe forse evitare di mettere in bocca espressioni non sue. E ciò a prescindere dal fatto che essa sia o non sia una Maria Goretti, sia antipatica o simpatica, abbia o no l'accento che piace o dà fastidio (e così le vocali, le doppie, il colore della pelle o ogni altra caratteristica fisica o morale).
C'è d'altra parte il dubbio, lasciando a margine ogni altra considerazione, che le cose, in questo caso, e proprio dal punto di vista testuale e grammaticale, non stiano come sono state presentate, con il generale consenso e per l'universale riprovazione.
Ci si pensi un momento. In linea di principio, un perché seguito da un indicativo (e non da un congiuntivo) non è necessariamente un errore nella sintassi italiana. È solo una delle espressioni (e tra le più semplici) di una subordinata con valore causale. C'è ragione di escludere, in modo assoluto, che nel discorso che qualcuno (certo, di nuovo, non Benedetto Croce) ha scritto per la giovane deputata campana e che lei si è trovata a recitare, senza dare grande prova di sé, una subordinata causale non possa starci?
La risposta è negativa. Lì dove si trova il perché con l'indicativo, una subordinata causale non può essere esclusa. Essa non vi sarebbe infatti priva di senso. Tale senso sarebbe diverso da quello che vi avrebbe una subordinata finale, con perché e il congiuntivo: la cosa è così ovvia che quasi non la si dovrebbe dire. ...evitare che tutto cambi perché nulla cambi ha un significato. Ne ha uno diverso ...evitare che tutto cambi perché nulla cambia. Questa seconda non è una buona parafrasi di ciò che si può trarre dal Gattopardo ma, a dirla proprio tutta, non lo è nemmeno la prima. Di nuovo, di ciò si può però fare proprio a meno di parlare: nella politica e nella comunicazione pubblica italiane, Il Gattopardo è un pretesto buono a tutti gli usi, da cinquanta anni (Apollonio, che ne ha già scritto, conta di tornare sul tema, perché ci son sempre novità succulente, in proposito).
Ci si trova allora di fronte al caso di un testo che si presta, ipoteticamente, a due letture diverse e in concorrenza: una con subordinata finale e una con subordinata causale.
Ma, ancora, si faccia attenzione. Per esistere, la prima comporta che nel testo si veda un errore, che insomma non lo si accetti per ciò che esso è. C'è l'indicativo, nella realtà testuale di ciò che proferisce la giovane parlamentare. Perché la lettura con la subordinata finale torni, dovrebbe invece starci il congiuntivo. Per chi propone la lettura con subordinata finale ed errore, insomma, la sua interpretazione vale più dei fatti. Non conta il testo come è, ma come, a suo parere, dovrebbe essere. E poi, diciamolo pure, si vuol mettere il piacere di cogliere qualcuno in fallo, di morderlo, di fargli male? Qualcuno che, per giunta, non sta forse troppo simpatico?
La seconda lettura, più economica e, al tempo stesso, rispettosa, accetta invece semplicemente il testo così come esso è; vi cerca una ratio interna, che lo faccia marciare sulle sue gambe e che non necessiti di interventi per conciliarvi forma e interpretazione. E tale conciliazione non solo è possibile ma non è nemmeno peregrina. Certo, per adottarla, nello specifico contesto, bisogna fare pratica di temperanza e di equanimità, se non di spirito caritatevole: attitudini la cui pratica, se dà, come qualcuno dice, piacere, lo dà (e molto) in un futuro che ciascuno si augura il più lontano possibile e della cui esistenza, inoltre, nessuno ha mai dato certa testimonianza.
C'è di più, però. Fatta appunto la tara del pregiudizio e di sentimenti, certo, umani, ma poco commendevoli, a quanto pare, la lettura che si chiamerà a questo punto malevola, con presunta subordinata finale (e connesso errore), viene, è venuta e continua a venire in mente a molti, d'acchito. Per lo spirito e lo sguardo filologici, una circostanza del genere è lungi dall'essere consolante. Al contrario, essa è ragione di sospetto, di diffidenza. Agli occhi del filologo, essa si configura infatti come lectio facilior, cui la lettura benevola, con subordinata causale, ignorata dai più (se non da tutti), si contrappone appunto come difficilior.
Non perché sia buono d'animo (magari non lo è), ma semplicemente perché così lo costringe il metodo (che a questo serve: a controllare i bassi istinti), il filologo, in casi del genere, ha pochi dubbi: tra una lezione che non solo è facilior ma comporta interventi sul testo ("Guarda: qui dice cambia ma sbaglia; dovrebbe dire cambi!") e una difficilior e senza interventi sul testo non c'è partita, come si dice adesso. Vince la difficilior: quella che si concilia con l'interpretazione causale. Vince, per una volta, la benevolenza e il pensiero che non è necessario che siano in errore gli altri, coloro che non capiamo, non vogliamo capire o che, semplicemente, ci stanno antipatici. Che la filologia, disciplina della più nobile modernità, sia nata (anche) per questo?
A seguire le lectiones faciliores, sa peraltro il filologo, si corre il rischio di finire come il Corriere TV. Al pari d'un codice medioevale scorretto e da scartare quando si fa l'edizione di un testo, questo tramanda ai posteri non quanto esperisce nel codice da cui deriva ("perché nulla cambia") ma la sua fantasiosa interpretazione ("affinché tutto cambia", esempio inoltre, per la sostituzione di nulla con tutto, del cosiddetto errore polare). Intepretazione che, evidentemente, gli preme più della certo sempre modesta e ipotetica ricognizione dei fatti. E ciò, per il filologo, è il peccato più grave. Ben più grave, sa nel suo animo, malevolo o benevolo che esso sia, di fare l'errore d'un indicativo al posto di un congiuntivo: tra gli umani, meglio un errore vero che una corretta falsità.
Insomma, come insegna una millenaria saggezza quanto alla correzione degli errori, in dubio pro reo. Ma il dubbio è un lusso che, Apollonio lo sa bene, questa epoca meschinella e a corto di risorse, di tutte le risorse, non solo di quelle materiali, non può certo permettersi: nei loro esiti sociali e comunicativi, i linciaggi, anche quelli da nulla e su questioni da nulla, costano meno e sono più rapidi ed efficaci delle lungaggini dei processi.
Vuoi vedere, pensa allora a questo punto Apollonio, che non solo la parlamentare campana, involontaria protagonista dell'apologo, non è Benedetto Croce (né, forse, Maria Goretti), ma nemmeno i suoi volontari, accaniti, zelanti critici e fustigatori sono Benedetto Croce (né, forse, Maria Goretti)?
Un dubbio del genere, tormentoso nella sua futilità, lascia così sulle ginocchia dei suoi cinque pazienti lettori.

10 marzo 2014

Come cambiano le lingue (6): Acronimo

"Nasceranno da questo Convegno inaugurale una serie di iniziative, espresse soprattutto in altri Convegni (ma non solo), in cui all'acronimo "Ripensare la cultura politica della sinistra" sarà affiancato il tema specificamente trattato".
È un acronimo, come scrive alla relativa voce il Vocabolario on-line della Treccani, un "nome formato unendo le lettere o le sillabe iniziali di più parole". Esemplari, in proposito, sono laser, GestapoComintern. Lo sono anche le sigle di cui pullula la comunicazione pubblica: del resto, sigla compare regolarmente nei dizionari, come sinonimo parziale di acronimo e, di conseguenza, sua definizione.
L'area semantica dell'imposizione fiscale, da qualche tempo, è in proposito particolarmente fertile, in ragione, presumibilmente, della ricerca di un qualche effetto eufemistico: Iva, Tasi, Ires, Tarsu, Ici, Imu, Irap, Irpef, Ilor, Irpeg.
Ma è già dai tempi della nascita delle società di massa e delle loro espressioni politiche, statali, economiche, culturali che l'irrompere nel discorso pubblico (e di conseguenza nel lessico) di acronimi d'ogni genere si è fatto massiccio e sistematico. Partiti e movimenti politici, banche e industrie, istituzioni sovranazionali e sportive, sindacati e catene commerciali, stati e gruppi musicali, università e aziende municipalizzate per la raccolta dei rifiuti, corpi speciali di efferata efficacia e organismi umanitari hanno spesso, da circa un secolo, qualcosa in comune: sono designati da un acronimo. Ciascuno integri l'elenco con gli esempi che gli tornano più familiari.
Come nome proprio, famigerato (SS, Čeka) o trasparente solo agli iniziati (HSGYM: cosa sarà mai?), meno spesso anche come nome comune (una ong, una onlus), l'acronimo è allora uno degli emblemi linguistici del Moderno maturo e, ora, del putrefatto. Come scrisse Victor Klemperer: "C'era il BDM [Bund Deutscher Mädel] e la HJ [Hitler Jugend] e la DAF [Deutsche Arbeitsfront] e altre innumerevoli sigle. Nel mio diario la sigla LTI [Lingua Tertii Imperii] compare in un primo momento come scherzo parodistico...".
La popolarità degli acronimi non ha tuttavia reso popolare acronimo, che (come la maggioranza dei termini della filologia) non è certo vocabolo che si incontri tutti i giorni. Esso conserva così, presso coloro che lo orecchiano, quel misterioso fascino da parola perbene che oscuramente invita gli orecchianti a farne, appena se ne sono impadroniti, un uso poco raccomandabile. 
Così è già accaduto da tempo a metafora e, tempo fa si segnalava, sta accadendo da qualche anno a ossimoro. Si comincia, di norma, a usare simili parole a sproposito, solo perché, peregrine, suonano bene e circondano così chi le usa, senza capire cosa veramente significhino, di un'aura da uomo (o donna) di mondo e, al tempo stesso, da intellettuale. Esse compaiono di conseguenza in contesti d'uso che sono, sulle prime, impropri e possono suscitare il sorriso (o lo sdegno) dei pochi consapevoli del guasto.
Se però la cosa piace al demi-monde in cui gli orecchianti nuotano come i pesci nel loro mare e da cui, in fin dei conti, dipendono sempre i destini del cambiamento linguistico, tali contesti d'uso finiscono per determinare, per la parola, mutamenti di valori e di significati.
Succede così che, magari secoli dopo, essa faccia la disperazione di etimologi e storici della lingua, cui capita di chiedersi: "Ma come diavolo ha fatto - poniamo il caso - acronimo a diventar sinonimo di tema, di filo conduttore, di Leitmotiv e, poi, pian piano, a sostituire le espressioni corrette nei discorsi prima della gente che conta, infine di tutta la gente?".
Per solidarietà con costoro e per spirito di corpo, Apollonio ha così avuto cura di affidare al suo diario la prima ricorrenza a lui nota di un tale mutamento di valore per il fin qui innocente acronimo. Ecco allora la ragione dell'esposizione del prezioso reperto. Chi desidera inserire il passo menzionato in esordio nel suo più ampio contesto, linguistico e socio-culturale, trova motivi di riflessione qui.
Sine ira et studio, il presente frustolo osserva la caduta di un primo minuscolo sassolino che, rotolando sullo scosceso e argilloso pendio della lingua della gente approssimativa (e, per tale ragione, di meritato successo), potrebbe valere da segno premonitore d'uno smottamento futuro. Fenomeno peraltro impossibile, lo smottamento, nella quieta e sabbiosa pianura della lingua degli incolti, ai quali mai si imputerà del resto la responsabilità di avere innescato una deriva linguistica del genere. Al massimo, di averne accolto, al momento opportuno, i detriti. 
Ci sarà allora la frana? Acronimo ne sarà travolto? Nessuno può esprimersi con sicurezza, quando è questione di un fatto sociale: tanto meno il linguista, che, quando gli capita di vedere l'alba di qualcosa che lo ferisce o lo seduce (come diceva Barthes), può stare certo che non ne vedrà mai il mezzogiorno: ci si figuri se egli può avere le certezze che, per l'esperienza umana, dà eventualmente il tramonto; talvolta nemmeno quello. 
Apollonio ha tuttavia un sospetto: che tra i suoi cinque lettori ci sia forse chi (evocando tacitamente nel proprio foro interiore il nome di Antonio Gramsci, visto che di cultura della Sinistra si tratta) ritiene, a questo punto, la frana già avvenuta.

[Accadesse che la pagina cui sopra si rinvia scomparisse dalla rete, il lessicografo del futuro ne trova registrazione qui; il testo è adespoto ma gli accenti acuti sulle forme di terza persona singolare del verbo essere che vi si osservano possono contribuire a proporne un'attribuzione.]  

Tra le cose perdute






Dizionario delle cose perdute e Nuovo dizionario delle cose perdute: chissà se il loro autore vi ha fatto menzione di Francesco Guccini, come avrebbe dovuto.

6 marzo 2014

Il più bel fior ne coglie

L'antefatto: anni fa, in un contesto universitario, era stata proprio la viva voce d'uno storico della lingua a mettere Apollonio sull'avviso. Criticità stava prepotentemente emergendo come parola italiana, con un valore diverso da quello che avevano avuto le sue fin lì rare e dotte apparizioni. In meno di dieci minuti,  tale voce s'era prodotta nella mezza dozzina di ricorrenze che aveva dato ad Apollonio il coraggio di porre apertamente la questione: "Ma si dice così, adesso, per dire 'questione delicata, problema spinoso, situazione critica, aspetto discutibile'?". Era all'oscuro, lo stordito Apollonio, che, allora già da un lustro, un buon amico del suo alter ego aveva fatto tema di riflessione della "criticità" linguistica in un gustoso trafiletto.
A proposito di criticità, Apollonio può però fare adesso un importante annuncio. Gli è accaduto infatti di coglierne due ricorrenze in uno scritto. Eccole: "Durante l'incontro... si è discusso... di eventuali criticità"; "Tra le criticità sottolineate da più parti, la disomogeneità dei criteri e dei risultati".
"Embè?" sente dire i suoi cinque lettori. In effetti, di ricorrenze di criticità se ne conoscono già a decine, a centinaia, a migliaia negli scritti d'ogni sorta di gente bennata; gente che fa politica, commenta eventi sportivi, dirime questioni legali, scrive appelli, ammonisce, conciona, santifica ed esecra.
Le due ricorrenze sulle quali Apollonio richiama qui l'attenzione non sono però come le altre. Stanno su carta intestata e l'intestazione recita "Associazione per la Storia della Lingua Italiana presso l'Accademia della Crusca".
Insomma, per criticità, col valore di 'problema spinoso, questione delicata, situazione critica', è ormai fatta. Si attende solo che i lessicografi operosi presso la medesima nobile Accademia ne prendano il dovuto atto, sul fondamento non solo dell'uso ormai largo della gente di mondo ma anche, oggi, dell'autorità: nel caso specifico, riflessiva. 
Bisogna ammetterlo: casi come questi son quelli in cui non ci si può esimere dall'esclamare che, per i facili profeti, "la soddisfazione ci sta tutta".

5 marzo 2014

Lingua loro (31): "...ci sta tutto"

Un'espressione che contenga, come lacerto, la sequenza "...ci sta tutto" pare palesemente insistere nell'area di significato della specificazione del rapporto tra un contenuto e un contenitore. Lo può fare con tutto in funzione di soggetto, come per es. in "Nella borsa di Mary Poppins ci sta tutto, proprio tutto". Lo può fare, come per es. in "Nella guaina, il coltello ci sta tutto", con tutto in funzione di complemento predicativo del soggetto: roba dura, con memoria di incubi da studi ginnasiali di grammatica latina. Apollonio sa però i suoi cinque lettori di forti precordi e non si perita di sottoporli a tali improvvidi stress, del resto subito superati.
Costruzioni diverse, infatti, pane per i denti del grammatico formale, ma (come si diceva) chiara e salda semantica da concreto rapporto tra contenuto e contenitore, in ambedue i casi. Così, almeno, fino a qualche tempo fa. 
Oggi, qualcosa è cambiato. Nell'italiano corrente (o dell'andazzo, se si preferisce), sempre più il secondo dei due costrutti, quello della guaina e del coltello, inclina verso il figurato, nelle sue ormai frequentissime ricorrenze.
Regione lessico-sintattica della tracimazione e dell'aprirsi, all'espressione, delle sterminate pianure della metafora su base localista ma tendente all'esistenziale è quella dei predicati psicologici e di sentimento: ne sono emblemi la preoccupazione, l'indignazione, la rabbia, lo stupore ma anche la meraviglia, la sorpresa, il divertimento, la gioia e, proprio in questi ultimi giorni, l'ufficioso, ma autorevole e autentico "orgoglio italiano" per un successo, peraltro annunciato.
Una situazione suggerisce o si vuol fare intendere suggerisca inquietudine? Se ci si vuole esprimere al passo coi tempi, guai a dire "La situazione mi preoccupa molto", "Con una situazione così, c'è da essere parecchio preoccupati" e altre comparabili anticaglie. Bisogna invece si dica "Con una situazione del genere, la preoccupazione ci sta tutta". 
C'erano gioie che un dì erano dette incontenibili. I contenitori d'oggi devono essersi fatti giganteschi se, come capita, si odono (o si leggono nelle reti sociali) espressioni comparabili con "Con risultati del genere, l'euforia generale, capirete, ci sta tutta".
Il linguista da strapazzo osserva allora che, nel passaggio dal letterale a figurato, l'indicazione del contenitore (quella cui allude appunto la particella ci) s'è rarefatta. È trascorsa dal fisico al metafisico. Nell'ordine del metafisico si pone del resto, con il nuovo uso, colui o colei che, così esprimendosi, è tuttavia la sede del sentimento e soffre o gode dello stato psicologico. 
Non "Sono molto arrabbiato" o "Siamo molto orgogliosi", con quei bei soggetti personali in evidenza a prendersi le loro responsabilità soggettive - e quindi sempre integrabili da altri e diversi punti di vista. "La rabbia ci sta tutta", "L'orgoglio ci sta tutto", invece, con lo stato psicologico in primo piano, quasi esso fosse, nel mondo, istanza trascendente e al tempo stesso oggettiva, indiscutibile. 
Ragione per la quale Apollonio nutre il sospetto che, a comprendere dove stia andando la comunità nazionale, con il suo nuovo personale e le sue nuove linee di guida, la consapevolezza dei valori semiotici del dettaglio espressivo sia utile. Che, quanto a esso, se la si vuol dire come adesso appunto usa, "l'interesse ci stia tutto".
Dovrebbe del resto essere sempre così quando, d'improvviso, un'espressione, dal dominio piatto della funzione referenziale, per dirla con Roman Jakobson, passa rapidamente alla sfavillante prevalenza della poetica e dell'emotiva, funzioni d'elezione (come si sa, testimone questo medesimo diario) per il sempre iterato verificarsi della prevalenza del cretino.

4 marzo 2014

Numeri (8): Metodi invalsi

Se Apollonio ha capito bene, tra il trenta e il quaranta per cento del campione statistico degli (e delle) adolescenti che frequentano gli istituti professionali dell'Italia meridionale pare non abbia risposto a tono ai quesiti proposti, nel quadro di un'indagine detta PISA (ma è un acronimo: niente da spartire con la città della Torre), per verificare la loro capacità d'intendere un testo in italiano. 
Il testo in questione simulava il fervorino rivolto dalla direttrice del personale ai dipendenti di un'ipotetica azienda sull'opportunità e sulla possibilità di vaccinarsi contro l'influenza. Sempre che Apollonio l'abbia inteso. Egli è infatti sospetto: fu un adolescente meridionale, anzi, insulare, e da un istituto professionale lo tenne lontano soltanto una leggerezza di suo padre, che lo richiese di un parere davanti il fatidico portone, il giorno dell'iscrizione.
La percentuale dei devianti è parsa inquietante. Magari lo è e oltremisura: così dicono importanti personalità pensose dei destini della scuola italiana e della nazione e pronte a mettere al servizio della salvezza di ambedue le loro sofisticate competenze (a qual pro, del resto, le accademie?). 
Qui, sul tema, si è tuttavia per natura ottimisti, come sanno i cinque lettori. Ci si illude perciò che una così alta percentuale testimoni invece l'esistenza di una resistenza, in certe aree della nazione tradizionalmente più radicata che in altre. Una resistenza - fosse anche inconsapevole - alla piattezza di spirito di chi pretende (pretendendo così di avere dei criteri di valutazione oggettivi) che dei e delle quindicenni manifestino interesse per cose talmente insipide e lontane dalla loro vita. Che prendano, di conseguenza, sul serio il gioco sciocco di adulti tanto privi di fantasia da attendersi da loro le risposte contestualmente giuste e non le umanamente vere, riassunte per eufemismo in un "ma cosa volete che ce ne importi, di voi e dei vostri test del cavolo?".