14 febbraio 2017

Cronache dal demo di Colono (52): Questione di baffi

A Francesco Gabbani si deve augurare di non essere sommerso e inghiottito dal diluvio di discorsi sostenuti che sta suscitando e, anzitutto, di tenere a galla la sua faccia da italiano impunito e sulla soglia di una maturità personale non si sa se rimandata o appena conseguita. A tale faccia, secondo il parere di Apollonio, egli deve una parte di questo suo successo.
Si tratta d'altra parte di un prodotto tipico nazionale, a lungo poco valorizzato per congiunture sulle quali non è il caso di diffondersi. Ma in proposito è sufficiente si pensi anzitutto al genere, sottolineato dai baffetti, e correlativamente a un'attitudine né moralista né sentimentale. Sono, si osservi, questi ultimi i caratteri che marcavano peraltro tanto le figure quanto le canzoni che, al momento decisivo, gli si sono trovate contrapposte.
Una faccia così mancava da un po' dalla scena della canzonetta italiana (e forse non solo da quella della canzonetta) e, oltre alla predisposizione nativa, a Gabbani servirà molto lavoro per portarla con dignità. In proposito, il peso della tradizione non è infatti ignobile. E, sfuggendo alle volgari chiacchiere intellettuali, in ciò si parrà appunto, se c'è, la sua nobilitate.

8 febbraio 2017

Clima e ricerca della verità

Con maggiore o minore clamore, si sentono riecheggiare le affermazioni di presunta scientificità delle schiere opposte di chi dice prossima e forse già in atto una catastrofe climatica, per via di pratiche umane sconsiderate, e di chi dice sconsiderata la diffusione di una paura del genere.
Ci sono smisurati interessi ad alimentare ambedue i campi, quando fanno sembiante di andare alla ricerca di una verità, in proposito: se non si è ciechi e sordi di spirito, non è difficile accorgersene.
Il caso è esemplare.
La commistione di interessi e ricerca della verità è iscritta nel programma della modernità ed è giunta a una fase che pare parossistica. Nessuno immagina, oggi, come altrimenti si possa fare scienza, si possa cioè mettere in pratica una ricerca della verità. È l'interesse il motore che spinge a cercare la verità ma come si fa a prestar fede a una ricerca della verità determinata dall'interesse? 
Il paradosso è lampante e l'evo che vi si è ficcato, se non finirà perendo nel diluvio universale che una parte prospetta, perché tale diluvio, come dice l'altra parte, non ci sarà, merita d'annegare in un ridicolo che, ci si augura, non sia troppo tragico, visto che sta trascinando con sé la povera umanità.

6 febbraio 2017

Cronache dal demo di Colono (51): L'arte di Toni Servillo, alla sua acme

Dicono sia successo questo: "Toni Servillo sgrida uno spettatore che smanetta al telefono in prima fila: applausi dal pubblico". Apollonio stenta a crederci. Non sarà vero e sono certo i giornali che s'inventano simili sciocchezze, per vellicare le foie ridicolmente forcaiole di un pubblico che aspetta solo un'occasione, anche la più cervellotica, per indignarsi e per osannare chi s'impanca a fustigatore e condanna. 
Fosse successo (ma Apollonio ribadisce: non ci crede), solo un commento sarebbe appropriato.
Farebbe infatti scompisciare che, per attirare sopra di sé un po' di attenzione e per strappare, già fuori scena, un applauso corrivo e moralista, a Toni Servillo fosse venuto fatto di atteggiarsi da caporale nei confronti di uno spettatore, ancora prima dell'inizio del suo spettacolo. Da vero caporale, qui si dice, non solo per onorare la memoria del guitto raffigurato nell'immagine, ma anche per non adoperare la più colorita e meno decente espressione in uso a Napoli e altrove (quella, notissima, che condivide, per esempio, con struggente il nesso consonantico iniziale).
Fosse successo (ma è ipotesi dell'irrealtà: lo si sa che non è possibile e che sono i giornali che inventano bufale), di tale gesto da grande attore sarebbe da conservare imperitura memoria. Sarebbe infatti il punto più alto raggiunto dalla straordinaria carriera di Toni Servillo. Una persona vera, colta proprio nel momento del suo inveramento.

2 febbraio 2017

Parabole (8): Rivoluzione e buona educazione

L'esperienza è comune: nella testa di ciascuno e secondo le sue sensibilità, solo un verso, un distico, un ritornello finiscono talvolta per risuonare come emblematici di una canzone. E di un momento. 
Nella recente e molto accattivante Tutti contro tutti degli Stadio (feat. Vasco Rossi, come si usa scrivere adesso, per dire "con la partecipazione di" - e non si può negare sia più spiccio), hanno un carattere del genere i due versi "bisognerebbe scoppiasse una rivoluzione | o che almeno tornasse la buona educazione", che riscattano un testo corrivamente moraleggiante, nel suo complesso.
Ricorrono sul declinare del pezzo e verso la sua conclusione, immediatamente prima dell'assolo di chitarra che, rockeggiando canonicamente, marca l'acme della composizione. Non è difficile supporre che una collocazione del genere non venga a casaccio e ipotizzare conseguentemente che lì si trovi se non il succo della canzone, perlomeno la prospettiva dalla quale inquadrarla.
La prospettiva ironica di una paradossale contraddizione: il balzo verso il futuro di un cambiamento radicale, pur asserito come necessario, vi si trova combinato, come eventualità subordinata, con un ritorno a un bene passato e in ogni caso augurabile. Insomma, avanti o indietro? Avanti o indietro, come usa adesso, in disgiunzione non-esclusiva. Tutto, tranne il presente, né rivoluzionario (si opina) né ben educato (si osserva).
Per naturale rispecchiamento, i dati anagrafici degli Stadio e di Vasco Rossi dicono del resto in modo inequivocabile quale sia il nocciolo del pubblico cui le loro canzoni si indirizzano né la circostanza è contraddetta dal fatto che questo transeunte Apollonio abbia volentieri prestato in proposito il suo orecchio. Anzi. 
L'Apollonio eterno, ovviamente, lo redarguisce: "Ma di che diavolo vai a occuparti, cretino?". Ha ragione.
Chissà a quanti però l'accostamento di rivoluzione e buona educazione ha rinnovato la memoria di parole che, alcuni decenni fa, avevano criticamente combinato i due concetti e che erano allora ripetute da molti: "...la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo; non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia".
Che siano state proferite e soprattutto replicate in modo probo o improbo ha poca importanza. Non è morale, la faccenda, ma teoretica. Alla luce (d'Oriente) di quanto esse asseriscono, infatti, l'assenza di buona educazione è tratto caratteristico di una rivoluzione e non si dà rivoluzione senza che il garbo nei modi non ne risulti sospeso.
Orbene, che la buona educazione manchi è condizione ormai da lungo tempo verificata e quindi perdurante e l'indizio non può che essere loquace, per la formulazione di un'ipotesi. Ai vecchi, forse, pare il contrario, ma una rivoluzione è da gran tempo in atto. Né pare avere soste.
Proprio questo permanente presente potrebbe insomma essere la rivoluzione permanente che s'era augurata di vivere la loro non-permanente gioventù. Non se l'era augurata in questi modi? Ma ha appunto modi, una rivoluzione? E, guardando dal passato, chi può sapere mai quali forme presenti avrà il presente futuro? Restare lucidi, per intenderle quando vengono, è magra consolazione, ma, forse non solo per i vecchi, non se ne intravedono di migliori.

25 gennaio 2017

A frusto a frusto (112)



Il mondo d'oggi è così buffo che potrebbe persino succedere che una neonata associazione degli anacoreti decidesse di istituire una propria assemblea mondiale permanente. 

24 gennaio 2017

A cosa servono, oggi, greco antico e latino?

Greco antico e latino sono inopinatamente venuti di moda, come si sa. Tutti a parlarne, molti a scriverne sui giornali, in rete o, addirittura, a dirne in televisione (e, certo, non in trasmissioni come la gloriosa "L'approdo"). In libreria, correlativamente, alcuni libri. Geniale il greco antico, bello il latino, inutili ambedue ma ovviamente solo per antifrasi e via invece con apologie di norma piuttosto stucchevoli o viete.
A scatenare il modesto temporale, la minaccia di misure che ne rendano ufficiale il ridimensionamento nell'insegnamento. Un ridimensionamento che, c'è da sospettare, è in realtà già operante. Si tratterebbe dunque di una semplice resa o di una sorta di presa d'atto: quei provvedimenti che si assumono quando il mondo ha già provveduto da sé e si fa finta di governare i fenomeni, mentre invece li si sta soltanto rincorrendo, senza naturalmente che lo si possa dire, anche perché - e sta lì il paradosso - tutti lo sanno. Con i buoi già fuori delle stalle, si può stare certi che intervenga presto una norma che, per i buoi, preveda prima la possibilità, quindi l'obbligo assoluto di stare fuori delle stalle.
Del resto, greco antico e latino una loro lampante, se pure modesta utilità, in un'Italia come la presente, stanno dimostrando di averla. Servono appunto a vendere qualche libro e a costruire qualche notorietà, si vedrà quanto durevole, nell'odierno bacino d'utenza della cosiddetta saggistica. Come sanno bene gli editori, si tratta d'elezione di quel ceto docente di cui professoresse e professori di discipline umanistiche costituiscono, da sempre, la punta di diamante e di coloro che sono in atto o sono spiritualmente rimasti sotto l'influenza morale di tale ceto e che sono di conseguenza qualificabili estesamente come discenti.
Per un pubblico del genere e secondo i gusti e le mode del tempo, che tendono inesorabilmente all'elegia, quanto all'estetica, all'edificante, quanto all'etica, e alla chiacchiera, quanto alla teoretica, ecco pronti sui media e sugli scaffali delle librerie i prodotti giusti. Greco antico e latino si sono dunque fatti anch'essi temi effimeri e, considerata la loro persistenza millenaria, è un bel paradosso che illustra meravigliosamente lo stato del mondo presente, la cui cultura si nutre solo di ciò che passa da un setaccio siffatto.
Ed è questa, in conclusione, la saporita e loquace condizione alla luce della quale dire che greco antico e latino siano inutili, sul momento, ma esattamente sul momento, proprio non si può. 

13 gennaio 2017

Linguistica candida (43): Perché non ci si può dire chomskiani

Malamente mascherate da uno stile scientifico, sono sempre state e sono ancora lampanti nella prosa e nella parola di Chomsky una rabbiosa voglia di dimostrare di avere ragione e un'ansia, a tratti spasmodica, di procurarsi proseliti. E più che all'oggetto del suo studio o alla sua osservanza disciplinare, Chomsky continua a mostrare di tenere a se stesso, magnificandosi nella sua teoria, appena può: attitudine espressiva che non è difficile cogliere già nei suoi esordi di arrivista inappagato, per quanto subito realizzato.
Tali caratteri dicono da tempo a chi ha saputo vederli e diranno certamente con chiarezza alle generazioni future che, con il pretesto di una disciplina forse non completamente innocente e piuttosto aggressiva e supponente come è stata, dalla sua nascita, la linguistica, in lui si sono espressi, nella modernità tarda, quindi spirata, un profeta o un agitatore più dell'uomo di scienza che in molti ormai da sessanta anni gli fanno credito d'essere.
E dicono che l'avventurato slancio d'avere appunto avuto, infine, una sola idea (geniale o sciocca, qui poco importa precisare: d'una sola si tratta) ha prevalso in lui sulla scettica ponderazione e sulla zetetica cautela raccomandate da un filo di saggezza a chi, in qualsiasi tipo di ricerca, muove i suoi passi sul ponte sempre incompiuto delle proprie ipotesi e del proprio pensiero.
Come si fa, del resto, a prendere sul serio uno che si è sempre preso tanto sul serio? Uno che si sente un genio e che, come non bastasse, dice di continuo e ai quattro venti di esserlo? Uno di cui, malgrado l'inesorabile avanzare dell'età, non si conoscono un'ironica presa di distanza da se stesso, un "ma forse mi sono sbagliato" o uno "scusate, potrebbe essersi trattato solo di uno scherzo", accompagnati da un clemente sorriso sulle proprie umane e stordite fantasticherie? 

11 gennaio 2017

Conclusione e stupidità: chiosa intempestiva a Gustave Flaubert

Da qualche anno, sempre più spesso accade di leggere scritti con pretese intellettuali le cui premesse sono chiare e, talvolta, anche chiaramente presentate. La circostanza invita a procedere ma si scopre che, a partire da quelle premesse, il discorso vi si fa però via via più confuso e si perde vuoi in un intreccio che non riesce a dipanare, vuoi in un'indeterminatezza, in una nebbia che esso stesso contribuisce a rendere più fitta. Sempre che infine giungano a qualche conclusione e non rimangano sospesi (in tal caso, vale l'artifizio retorico di spacciare come pregio il non sapere dove andare a sbattere la testa), tali scritti vengono così a conclusioni che, per rivendicazione di acuto ossimoro o no, sono palesemente sconclusionate. E ne fanno per giunta pretesto per una presunta migliore presa di coscienza della complessità.
Dal post in un portale culturale all'articolo giornalistico, dal saggio scientifico all'opera letteraria, a scritti siffatti indulgono anche penne reputate. E forse perché incapaci di produrne d'altro genere, danno così il tono alla presente stagione culturale. Non concludere né sapere che pesci pigliare, dopo avere fatto un discorso qualche volta bello e vuoto, più spesso vuoto senza nemmeno essere bello, sembra diventato il modo o il surrogato del modo di passare per intelligenti.
È vero: il 4 settembre 1850, da Damasco, Gustave Flaubert, scrisse al suo ex-compagno di scuola Louis Bouilhet che "la bêtise consiste à vouloir conclure". E Flaubert è un faro della critica alla modernità. Sul tema della stupidità, poi, egli fu maestro, fino al limite di praticarla, la "bêtise", per meglio raccontarla dall'interno. A ciò potrebbe persino alludere quel "Madame Bovary, c'est moi" che gli fu attribuito, senza che si sia certi che l'abbia veramente proferito nella circostanza imbarazzante in cui si racconta l'abbia fatto. Soprattutto, senza che si possa escludere che Madame Bovary vi ricorresse banalmente in quell'ideale corsivo che l'orale, se mai ci fu, non rese appunto perspicuo, per le mille gioie future di interpreti che trovarono così occasione di mostrarsi sottili. 
Con la certa sortita sopra stupidità e conclusione, s'era però appunto nel 1850 e la modernità sotto gli occhi di Flaubert viveva la sua prima fase matura. Giunta frattanto la modernità a un compiuto stato di putrefazione, che è stato il suo modo di concludersi, c'è da chiedersi se Flaubert scriverebbe oggi la medesima cosa. C'è da chiedersi se non dovrebbe egli medesimo giungere a una conclusione.
Insomma e per concludere: a modernità in atto, fu ovviamente "bête" l'attitudine a concludere ma, a modernità conclusa, inequivocabili manifestazioni di "bêtise" sono la rinuncia a concludere o, che è lo stesso, l'incapacità di farlo in modo convincente.

10 gennaio 2017

Principio, legge e corollario di Bauman


Principio di Bauman
Un'idiozia, immersa parzialmente o totalmente in una società liquida, riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto pari per intensità al volume delle chiacchiere suscitate.

Legge di Bauman
Una società è tanto più liquida, quanto maggiore è il numero dei suoi membri che si sono bevuti il cervello e lo hanno espulso per la via ordinaria.

Corollario di Bauman
Più una società è liquida, più si è certi sulla natura di chi e di cosa vi verrà a galla.


[La riverita Buonanima consentirà queste scherzose ma innocenti estensioni della bella metafora nella quale la sua opera ha finito per annegare (ohibò!): prova appunto lampante, se altra ne fosse necessaria, dell'intelligente correttezza dell'analisi e convalida della legge del contrappasso. A questo tempo, del resto, non si sfugge e ogni parola critica ne viene regolarmente inglobata e liquefatta. La sola speranza è che salti il tappo e che, come nel gorgo di un lavandino, tutto questo liquido vada verso la fogna, come merita. C'è naturalmente il rischio che trascini ogni cosa con sé. Chi è pensoso, se riesce, provveda dunque alla sua arca e salvi qualche specie (ecco, nella cultura fondamentale di Bauman, la probabile fonte ideale della sua parola, ecco il suo invito).]


5 gennaio 2017

Linguistica candida (42): Un latino, oggi, di secoli bui

Ci sono epoche (e possono durare secoli) le cui testimonianze scritte finiscono per attestare solo fenomeni linguistici peregrini o una morta fissità dell'espressione. Per il resto, tali testimonianze hanno scarsa o nulla rilevanza e, bene che vada, forniscono materia a ricerche filologiche il cui pregio formale (che, si badi bene, può essere grandissimo) capita sia inversamente proporzionale alla qualità dell'opera che traggono dalle tenebre di un meritato oblio. 
Chi ha pratica di studio della catastrofe del latino lo sa bene e ci sono peraltro opere sul destino di quella lingua che, a chi l'avesse dimenticato, si sono incaricate di ricordarlo. Anche di recente, con il pretesto di tracciarne una storia sociale, rimestandone meritoriamente l'innumerevole ciarpame.
Ebbene, Apollonio ha l'impressione che sia di tal genere l'epoca che sta vivendo, con un quadro peraltro aggravato dalla gigantesca opportunità di conservare ogni genere di scritto, anche il più effimero. Ma non di questo è qui il caso (e a esserne investito sarebbe ovviamente anche il presente diario). 
Il caso è qui, al contrario, di quelle testimonianze scritte, per esempio nell'area della scienza linguistica, ma anche di altre discipline e della letteratura, che aspirano di diritto a conservabilità e memorabilità. E capiterà, si augura a esse, che tale diritto sia opportunamente rispettato e che divengano testimonianze della fase di una civiltà.
Scritte però in un latino bastardo e universale, Apollonio formula l'ipotesi che, si ponga, tra mille e cinquecento anni, verranno utili agli studiosi (se studiosi di simili sciocchezze ci saranno) non per ciò che dicono (tratto che già adesso pare, a dire il vero, di scarso rilievo), ma, ben che vada, solo perché vi troveranno attestazioni di fenomeni linguistici peregrini o di quella morta e sterile fissità che oggi si riconosce nel latino di secoli bui. 

20 dicembre 2016

Bolle d'alea (22): Dürrenmatt

"Non è mai lecito smettere di figurarsi il mondo come fosse il più ragionevole".

È un concetto di Friedrich Dürrenmatt (le sue parole: "Man darf nie aufhören, sich die Welt vorzustellen, wie sie am vernünftigsten wäre"). Con esso, Apollonio indirizza quest'anno il suo augurio a chi ne frequenta il diario benevolmente.
Una regola per l'immaginazione: è bello averla e condividerla, anche se è un po' amara. Qui si prova a praticarla, come si può e con un sorriso.

17 dicembre 2016

Scienziati e sacerdoti


Forse perché di gente che gioca a fare Dio, come i sacerdoti, ce n'è sempre già stata a sufficienza. Non dicevano così gli scienziati? O si è stati sciocchi a prenderli in parola e ciò che volevano era infine solo sostituire i sacerdoti in quel gioco?

14 dicembre 2016

Numeri (8): ...e generi


"Ogne scarrafone è belle a mamma soja", dice il motto napoletano. A credere ai numeri che mettono in evidenza le reti sociali, i generi presenti nell'adagio (se fosse possibile) andrebbero invertiti. 
Nelle reti sociali, infatti, sono assenti o quasi assenti le mamme che magnificano le doti dei loro pupi. Le pupe, invece, per i loro papà sono oltremodo geniali. Si tratti d'arte o di parola o d'arte della parola, esprimono se stesse in modo di norma memorabile. Di lì, in quadretti famigliari ad alto tasso di complicità, foto dimostrative e citazioni fulminanti. 
Tutte Atene nate da teste di Zeus, per dire così.
Se l'impressione è affidabile, se ne possono allora trarre due conclusioni paradossalmente concordanti, quanto alla prospettiva di genere. 
Primo, il numero di bimbe prodigiosamente intelligenti, almeno al momento, supera, e di gran lunga, quello dei bimbi intelligenti.
Secondo, il numero di papà irreparabilmente cretini supera, sempre al momento e ancora una volta di gran lunga, quello delle mamme cretine.
Sul medio periodo e probabilmente anche sul lungo, la combinazione dice ineluttabilmente segnato, quanto alle doti dell'intelletto, il futuro dei generi. 

12 dicembre 2016

Cronache dal demo di Colono (50): Il mestiere di Bob Dylan

"But, like Shakespeare, I too am often occupied with the pursuit of my creative endeavors and dealing with all aspects of life's mundane matters. «Who are the best musicians for these songs?» «Am I recording in the right studio?» «Is this song in the right key?» Some things never change, even in 400 years. 
Not once have I ever had the time to ask myself, «Are my songs literature?
So, I do thank the Swedish Academy, both for taking the time to consider that very question, and, ultimately, for providing such a wonderful answer».
Uno splendido explicit, di verità ironica e irridente, per il Banquet Speech inviato da Bob Dylan in occasione della cerimonia di consegna del Premio Nobel. 
Ironico riflessivamente, con la sbardellata menzione del Bardo, e irridente, per la medesima ragione, non tanto nei confronti del pur paludato contesto, quanto in faccia all'uragano di chiacchiere che l'assegnazione del premio ha suscitato tra i letterati e i critici. 
E poi vero con il richiamo al mestiere e alle cose che non cambiano: le corvées di un mestiere e di chi un mestiere ce l'ha, profondamente radicato nel suo animo e inscritto nella sua vita. 
Cose autentiche, faccende pratiche. Sarebbe piaciuto a Primo Levi, il richiamo al mestiere. E gli sarebbe piaciuta oltremodo quella chiusura personale, d'ora in avanti memorabile: "Non ho mai avuto il tempo di chiedermi se ciò che ho scritto fosse letteratura".

Linguistica candida (41): Benessere e self help

Doveva succedere, prima o poi, ovvero The Medium is the Massage:







5 dicembre 2016

Cronache dal demo di Colono (49): L'Italia, un intero fatto di minoranze


La maggioranza degli Italiani, anzi, a essere precisi, la totalità degli Italiani è fatta di minoranze.
E tutte le minoranze italiane sono da sempre piuttosto soddisfatte, se non proprio felici d'essere tali.
È un dato antropologico di lunga durata, di cui il dato linguistico, come già Dante sapeva, costituisce la prova migliore. 
Oggi, nella placida Citera interiore di Apollonio, ne giunge una conferma approssimativa (come sono sempre quelle perturbate dalla vita pubblica, di norma molto fastidiosa, nelle sue manifestazioni). 
Sopra il dato linguistico e antropologico varrebbe ancora la pena di riflettere. Sembra però che non ce ne sia più il tempo, perché il mondo banale, quello in cui ci sono minoranze e maggioranze semplicemente distinte, si è messo in modo da non tollerare le eccezioni. 
E, sia detto senza compiacimento, ma come un lamento trattenuto, l'Italia è un'eccezione da qualche millennio. Quindi non solo è un'eccezione la sfoglia sottile dell'Italia politica (un'eccezione sin dal principio molto mal concepita), ma lo è anche e soprattutto l'Italia come l'hanno fatta (Italiani inclusi) storia e geografia, con un lavorio appunto millenario. 
Di tale eccezione italiana, quando è d'umore dubbio, Apollonio pensa che saranno gli storici ormai ad occuparsi, almeno quelli con interessi per culture scomparse (e per essi prova a provvedere le piccole testimonianze che sa e può, perché non prendano fischi per fiaschi). 
Quando è di buon umore, invece, pensa, sorridendo, che un mondo che non tollera le eccezioni è talmente cretino, come mondo, da non avere speranze di un qualsiasi futuro, malgrado ne millanti di magnifici e progressivi. E che quindi a un mondo cretino del genere mancherà il tempo di cancellarle, le eccezioni, che in maggioranza sono anch'esse cretine, ma hanno il pregio di non esserlo proprio tutte. Insomma, che, come sempre, un'eccezione ci salverà. 
Così andasse, la dolce sofferenza che gli Italiani provano nell'essere ciò che sono, il loro vizio assurdo d'essere, in maggioranza o, forse meglio, nella loro totalità, italiani di minoranza, continuerà a deliziarli in molti futuri presenti.

3 dicembre 2016

Scuola e società, ma solo per ischerzo e su richiesta di un lettore affezionato

La scuola (dire moderna suonerebbe ridondanza: quella precedente non ha qui pertinenza) aderiva ovviamente alla società utilitaristica che l'aveva espressa, come istituto correlato ma separato. Le forniva infatti un supporto importante alla formazione delle competenze necessarie all'operare dei suoi diversi strati (dai mestieri alle professioni, dai ceti burocratici a quelli dirigenti). Un supporto importante ma non esclusivo. Bimbe e bimbi, adolescenti e giovani, si pensava, avrebbero avuto in seguito il loro tempo per vivere la società e alla loro vita dopo la scuola si riteneva spettasse (come è indubitabile) il resto della loro formazione. Dura formazione. Ed eventualmente contraddittoria. Ma la contraddizione, appunto, era ancora messa nel conto e che la scuola stridesse un po' con il resto della società veniva tenuto come inevitabile.
In quella società, la scuola era insomma una sorta di "epochè", con la correlata sospensione del tempo (sospensione pedagogicamente adatta alle età umane coinvolte). Si trattava, ovviamente, di un'ideologia. Ma c'è istituto che non sia retto da un'ideologia? L'esistenza della scuola era pertanto considerata un valore in se stessa. La scuola era sì utile, ma era esempio lampante di quella eterogenesi dei fini che un pensiero maturo correla sempre all'attività umana. 
In essenza, la scuola era posta, appunto ideologicamente, al di là del criterio di utilità. Pur imponendosi largamente in quella società, questo lasciava ancora spazio a disomogeneità, almeno di pensiero. La scuola viveva in questo spazio di parziale disomogeneità. Operava nell'area del progresso generale dell'umanità, così si credeva o si faceva sembiante di credere, e la faccenda era regolata. Anche l'animo del capitalista più rapace era sedato, in proposito, magari dalla prospettiva di un'utilità differita.
In tutto ciò, c'era naturalmente quel fondo di ipocrisia che fu tratto tipico della borghesia tanto montante quanto montata in sella, quando pensò che bastasse demistificare la rappresentazione che reggeva l'antico regime per accedere a un universo di fatti autentici. La paideia che veniva praticata nella sua scuola valeva tuttavia ancora in parte come rappresentazione e ciò, di nuovo, la faceva un po' discosta dalla società, mondo dei crudi fatti e delle utilità. Con il suo essere una parentesi, la scuola riusciva allora a prospettare valori eventualmente disomogenei (dire alternativi, sarebbe troppo) a quelli della società che l'aveva generata e la nutriva, come monito e sottile contraddizione.
Fosse consapevolezza dei limiti di tali valori e quindi del fatto che essi non esaurissero l'umano, fosse al contrario segno che li si teneva come abbastanza forti da sopportare che altri ne circolassero (pur in limiti temporali ristretti ma decisivi, come quelli dell'infanzia, dell'adolescenza, della giovinezza), fatto sta che alla scuola (come del resto a non pochi altri istituti sociali) non si chiedevano rendiconti estranei alla sua separatezza, in un regime di relativa autonomia. Tutto ciò, sempre più stancamente, fino verso la fine del Secolo breve, quando la contraddizione tra scuola e società, divenuta un po' troppo stridente nell'Occidente capitalista, produsse un'esplosione effimera ed essa stessa contraddittoria. Fu il cosiddetto Sessantotto, con i suoi cascami, in maggioranza deteriori (ancora un esempio di eterogenesi dei fini, in senso opposto a quello precedentemente menzionato).
In Italia, si parla tanto, in questi ultimi tempi, del liceo classico e della sua sorte. Esso fu a lungo esemplare del quadro pedagogico e ideologico che si è appena tratteggiato (né stupisce se si pensa a chi ne tracciò le linee educative). Non ne era il solo esempio, tuttavia. Un po' di liceo c'era infatti in scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari all'università e al di là delle caratterizzazioni anche specificamente professionali delle didattiche che vi venivano praticate. C'era tutte le volte che di un impegno di studio non ci si chiedeva appunto a cosa servisse, se fosse utile o inutile, ma lo si prospettava come iscritto in un sistema diverso da quello dettato dall'utilità, secondo il principio appunto che l'umano (anche l'umano applicato alle tecniche, senza escludere le filologiche) trascende l'utile. 
Del resto, per venire al caso specifico del greco e del latino, indurre conoscenze filologicamente fondate di un passato, peraltro remoto o remotissimo, non era forse un modo per relativizzare il presente e le sue utilità, qualsiasi presente sociale e ogni idea correlata di utilità, e per porre ogni cosa sul metro di ponderate  e sagge valutazioni millenarie? Per i commentatori più pensosi, latino e greco sono invece ridotti ad "asticelle". Con altri contenuti didattici (ma didattici, a questo punto?), "asticelle" da innalzare (ma se ne è appunto all'altezza?) per essere sicuri che gli stupidi da inserire nei cicli di riproduzione ideologica e di produzione materiale siano i più bravi a saltare a comando, come bestie da circo.
Ora dica ad Apollonio, affezionato Lettore che gli ha chiesto d'essere meno implicito in proposito, se l'odierna società Le pare adatta a tollerare un'attitudine diversa da questa, dalla scuola cui peraltro lesina i mezzi. Dica se il becero utilitarismo sociale che impera (venduto talvolta come divertimento, anzi, in questa fase, soprattutto come divertimento) Le pare compatibile con disomogeneità e contraddizioni. Dica se, dietro i vacui moraleggiamenti con cui si stordiscono gli sciocchi e gli sciocchi si stordiscono, è oggi possibile concepire (anche ipocritamente) l'esistenza di una scuola che trascenda il criterio di utilità e di un'utilità immediata e si incardini in quello di umanità. "Spendibile" è l'attributo che ormai si correla d'elezione alla formazione scolastica, cui si chiede appunto d'essere "spendibile".
Una società che subordina la scuola all'utilità, che chiede alla sua scuola di dimostrare di essere utile perché, diversamente, non può permettersela, è però perlomeno onesta. Dice le cose come stanno, di se stessa e della sua scuola. Se una scuola diversa, modicamente diversa da se stessa, una società del genere non può permettersela, vuol dire che semplicemente non la merita. E una scuola umana, come la voleva Wilhelm von Humboldt, una scuola non da "caporali", produttrice di bestie ammaestrate, creda ad Apollonio, non è la sola promessa che il Moderno nascente fece a se stesso e che, al di là di molte cattive o cattivissime riuscite, il Moderno putrefatto dice o dimostra di non potersi permettere, neppure come promesse. La sola domanda che sa fare, in proposito, e che delimita il suo orizzonte miserabile è infatti "A cosa serve?". Passando da tale porta, si spinge persino a dire, per voce di suoi esponenti molto illuminati, che ci sono, utili per questo, anche belle cose inutili. Non la sfiora nemmeno il pensiero però ci sia qualcosa in funzione della quale la stessa opposizione tra utile e inutile possa non essere pertinente.
La società che ci sta capitando di vivere è del resto solo una società di poveracci e di servi, servi e poveracci di gran successo inclusi. 
Si continuerà a chiamarla come si vuole, la scuola utile di questa società di servi e di poveracci, anche liceo classico, ma la si è già completamente perduta. I nomi restano (Apollonio altre volte l'ha osservato) a designare, nel mondo, cose diverse.

2 dicembre 2016

Vocabol'aria (18): "Post-truth"

Propalata di continuo in modo malandrino e quasi universalmente accolta senza il minimo vaglio critico, se fosse già post-verità la credenza non solo che la verità esista (cosa di cui è invece lecito dubitare) ma che, come verità indiscutibile, stia lì, unica e fresca, pronta a essere colta, facile e a portata di mano? 
Con logico candore, che la balla per eccellenza sia proprio questa lo rivela il nome stesso, post-truth, che si è dato al fenomeno. Basta che si osservi tale designazione controluce, per vederne la trama. Se non si fosse avuta la faccia tosta di spacciare qualcosa come verità, se non si fossero assuefatti i clienti a tale credenza, con dosi sempre più massicce di verità acquisite, il post non sarebbe mai venuto. Tutti si sarebbe ancora alla ricerca. E fanno sorridere i commenti pelosi e interessati che alla questione vanno adesso dedicando non pochi tradizionali confezionatori professionisti di tale post-verità. 
Nuovi venditori prosperano oggi nel mercato in cui si vende la verità, cioè nel luogo materiale e morale in cui della verità si è fatto e si fa mercato. Accusano i vecchi venditori d'essere truffaldini e i vecchi ricambiano l'accusa. Palesemente, i nuovi sono dei contaballe e degli scalzacani. Per paradosso, sono più autentici, come falsi. 
L'ormai molto usurato doppiopetto, il camice bianco piuttosto bisunto coprono male l'ipocrisia dei vecchi, ammesso l'abbiano mai fatto. E appunto non c'è più monopolio nell'uso dell'avverbio "oggettivamente" o di espressioni equivalenti ("lo dicono i fatti", "lo dimostrano i numeri", "il dato è inequivocabile", "serve per...", "bisogna senza ombra di dubbio...", "misure inderogabili" e così via). 
Della spudorata post-verità della verità, questa panoplia lessico-sintattica fu un dì spia e consacrazione, al tempo stesso. Continua a esserlo ancora adesso, solo che è abusivamente impugnata e maneggiata dal primo che passa, con scandalo di chi ne deteneva l'uso né si peritava di farne abuso. 
D'altra parte, distrutto, con la scusa che bisognasse modernizzarsi, l'arcaico bisogno di verità, che non si vuole certo dire fosse commendevole ma, fuori di certi àmbiti, era almeno contenuto, uno nuovo ne fu creato, qualche secolo fa. Tanto immane quanto vano, come bisogno, e di verità quasi sempre più che vane. 
Se non fosse stato creato tale bisogno e se alla creazione non avessero provveduto l'inganno da un lato, la dabbenaggine, dall'altro, chi si darebbe oggi pena di disporre sul tappeto le proprie mercanzie da quattro soldi nella piazza della sedicente (in)formazione?
La post-verità non è altro che la verità, tutta la verità del Moderno che, maturando, è giunta al suo stato di putrefazione. Non da oggi, però. Da gran tempo, anche se da oggi i tartufi, non essendo più i soli a produrla, fanno sembiante di accorgersene e ne menano scandalo.

18 novembre 2016

Come cambiano le lingue (17): "Opera d'arte" al "pomodoro"

"Pomodòro" - recita il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia - "(pomidòro, pómo d'òro), sm. (plur. pomidòri, pomidòro, pómi d'òro, pomodòri)".
In fondo alla voce, caso mai ce ne fosse bisogno, visto che una volta tanto il caso è trasparente, si precisa: "Da pómo d'òro (la var. pomidoro è rifatta sul plur.)".
Evidente che il plurale pomodori fu, in origine, anch'esso un abuso. Tra i plurali possibili elencati dal lessicografo, è ricordato come ultimo, ma è il più popolare. Già più di mezzo secolo fa, Gerhard Rohlfs, annotava: "La lingua s'è decisa per pomodori". Da buon linguista, gli stava ovviamente a cuore descrivere e non stigmatizzare.
Pare adesso (Apollonio ne ha solo indiretta testimonianza) che una figura della vita pubblica italiana ai cui discorsi c'è oggi chi presta grande orecchio, da opera d'arte abbia tratto un plurale opere d'arti. Lo avrebbe fatto in una sua recente sortita fiorentina. E lo avrebbe fatto, si noti, non secondo il modello dell'abusivo pomodori, ma secondo quello, altrettanto abusivo, di pomidori. Ora, tra gli altri e soprattutto insieme con pomidoro, secondo il menzionato linguista tedesco, il plurale pomidori pare fosse, "notevolmente diffuso nel vernacolo toscano". 
C'è allora da chiedersi se, producendosi nel suo (si ribadisce, presunto) opere d'arti, l'oratore non abbia voluto sottilmente assicurarsi la benevolenza di un pubblico la cui competenza linguistica nativa forse include ancora pomidori: "se qui la gente pensa pomidori (ed è difficile non lo pensi, in questo momento), allora bisognerà dirle opere d'arti". Alternativamente, potrebbe essersi trattato di un caso di mimetismo linguistico. Il pomidori che stava evidentemente acquattato e per evidenti ragioni nella mente della platea, per le vie di una corrispondenza d'amorosi sensi, si è così riflesso in quel presunto opere d'arti sortito da labbra che, anche con questo dettaglio, si rivelerebbero tanto sensibili agli umori popolari: aleggiando silente, un pomidori ha finito per produrre un esplicito opere d'arti
Insomma, almeno per il linguista, che appunto non stigmatizza, ma osserva e descrive, c'è materia per riflettere. E la prima riflessione è la solita: pomodoro o opera d'arte, a mutare le lingue sono appunto gli abusi. La seconda è che ciò che è successo una volta, si può stare certi che succederà di nuovo. Se è autentico, l'opere d'arti di oggi ripete pomidori e potrebbe succedere che un (per il momento ipotetico) plurale operadarti un giorno verrà, sulla scorta di quel plurale pomodori di cui nessuno ormai mena scandalo e dal cui uso non si astiene, c'è da scommettere, nemmeno il più trinariciuto linguaiolo. 
Apollonio non può nascondere tuttavia ai suoi lettori che, mentre si dice cose del genere, tra il divertito e il sorridente, una preoccupazione lo invade.
Il periodico ritorno del modello di ciò che, come abuso, è già successo gli pare non riguardi solo la storia della lingua e i suoi cambiamenti, in fondo innocui, ma anche ben altro. E la faccenda linguistica, come una spia d'allarme che s'accede, prende, d'improvviso, i contorni per nulla rassicuranti di una vicenda che, come altre volte è successo e anche molto di recente, pare destinata a non fermarsi al sugo di pomodoro.

31 ottobre 2016

Cronache dal demo di Colono (48): Un classico

C'è chi vuole abolire il latino e chi no (il greco, quello, si è già abolito da sé). C'è chi difende un modello di scuola per l'Occidente e chi dice che, come modello, pare una sdrucita marsina un po' ridicola, ormai, e in ogni caso da rattoppare. C'è chi parla di fine del classico come metonimia e, come metafora, la butta sul potare. C'è poi l'intollerabile tropo sportivo dell'asticella. Bassa? Sono alti i lai. Alta? Ma dai... 
Chi sarebbe poi all'altezza di alzarla, l'asticella? Sbaglia Apollonio a sospettare che in coloro che rispondessero "io" il vertiginoso sentimento sarebbe chiaro indice che sono dei palloni gonfiati o (va detto, per correttezza di genere) delle mongolfiere?
Frattanto (e, a dire il vero, già da un po') ciò di cui si discute "non è più tra noi". Anzi, c'è il sospetto che la generazione (ideale, oltre che anagrafica) che oggi ne parla tanto e, pontificando, talvolta oppone il suo petto a difesa, talaltra arretra e, bontà sua, concede il passaggio a una storia che in realtà ha già sfondato le mura, ne parli come Omero faceva dei suoi eroi, Virgilio del suo Enea o Ariosto dei suoi cavalieri e delle sue donne: per fantasia e per sentito dire. 
Lo stesso accadrebbe ad Apollonio, del resto, se anche lui pretendesse di avere qualche indirizzo da dare, in proposito. Non ne ha invece, come è normale che sia, e pensa che sia doveroso non nasconderselo. Doveroso verso se stesso, sia chiaro.
La baruffa classicamente intellettuale e classicamente nazionale sul tema della scuola e del liceo classico che oggi riempie qualche pagina delle gazzette culturali, insomma, è tutta letteratura: di qual livello, giudichino i due lettori di Apollonio. Forse non lo biasimeranno però se, al confronto, dichiara in conclusione di trovare Ariosto più spassoso, Virgilio più commovente e Omero più sanguigno.   

30 ottobre 2016

Per il momento

"1958-59 Milano. Umberto Eco, che collabora con il musicista Luciano Berio alla sede Rai di Milano (firmeranno insieme l’«esperimento sonoro» Omaggio a Joyce), legge svogliatamente – su una copia prestatagli proprio da Berio – il Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure, senza trarne per il momento una grande impressione".

(D. Giglioli e D. Scarpa, "Strutturalismo e semiotica in Italia (1930-1970)", Atlante della letteratura italiana, vol. III, Einaudi, 2012, Torino, p. 882).

25 ottobre 2016

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (23): L'utile, l'inutile e ciò che non è né utile né inutile

Tra le cose che si fanno, ci sono le utili e le inutili. Ci sono poi quelle per le quali, semplicemente, l'alternativa non è pertinente e non ha senso chiedersi se, facendole, si fa qualcosa di utile o di inutile. Riconoscere come ci sia qualcosa che trascende e delimita l'area di applicazione dell'opposizione tra utile e inutile è tanto fecondo, quanto è perniciosa l'idea di una sua riduzione al modulo che mette corrivamente in contrasto l'utile e l'inutile. Ciò che non è né utile né inutile non è infatti quel banalmente inutile (come sovente si opina) di cui una superiore scaltrezza riconosce a conti fatti l'utilità. Pensare peraltro che sia questo il modo argomentativo per redimere ciò che non è utile né inutile agli occhi di un mondo capace di pensare solo nei termini di utile e di inutile è la via più certa per decretarne l'incomprensione. A quel mondo va invece detto (e con chiarezza) che, nell'esperienza umana, c'è appunto ciò che non è né utile né inutile, richiamandolo così alla consapevolezza di un limite. Tale limite istituisce precisamente la differenza da cui emerge, per via negativa, l'àmbito in cui vige l'opposizione tra utile e inutile. L'àmbito siffatto è piuttosto ristretto, a dire il vero, e a rimanerci rinchiusi, non solo il pensiero ma anche l'azione rischiano l'asfissia. Del resto e conclusivamente, senza una relazione gerarchicamente ordinata con ciò che appunto non è né utile né inutile, l'opposizione medesima tra utile e inutile mancherebbe, a ben vedere, di ogni valore.

24 ottobre 2016

Cronache dal demo di Colono (47): Il futuro di un vecchio mestiere

"Vuoi continuare a fare il tuo mestiere? Non puoi farlo, se non ne impari uno nuovo: quello di trovare il modo di continuare a fare il vecchio".
Il tempo presente dice così a chi presta la sua opera negli istituti di ricerca e d'istruzione superiore. E a voce sempre più alta, con toni sempre più ultimativi. Se lo sente dire non solo se pratica discipline umanistiche. Infatti, se ne pratica d'altro genere, se lo sente dire da più tempo e in modi più spicci: così che si è parecchio più avanti, con la faccenda, in quei casi.
C'è chi ci sguazza e impara subito l'altro mestiere: capita, peraltro, si fosse sbagliato quando aveva preso la strada del primo mestiere, perché era l'altro la sua vera vocazione. Trovata così la sua strada, il primo mestiere gli serve solo da pretesto per fare il secondo.
C'è chi ci casca, ingenuamente, e magari vuol dare a vedere di averlo imparato, il nuovo mestiere utile a fare il vecchio: spera di lucrare così la sopravvivenza, prova a venire a patti, s'arrabatta. 
Ciò che accade è del resto trasparente. Si tratta di un'ovvietà. Se ti si dice, a voce sempre più alta e con toni sempre più ultimativi, che, per continuare a fare il tuo mestiere, devi imparare un mestiere nuovo e diverso da quello che fai è solo perché, semplicemente, si vuole che, in un modo o nell'altro, tu smetta di farlo, il vecchio mestiere che fai. 
Senza illusioni, allora, si può solo ubbidire. C'è mai stato tempo che ha sopportato disubbidienze? Smettere, appunto. Sorridendo: tanto a chi importa? E, smettendo, chi ha sogni e rigorosi metodi per produrli, se lo porti via, il vecchio mestiere.
Via nello spazio, ormai, non si può più: l'ideologia contraria al vecchio mestiere è globale. Resta il tempo. Lo porti nel futuro, oltre un tempo presente cui esso chiaramente non piace, visto che, meschinello, questo tempo non ha i mezzi né materiali né morali per permetterselo.

20 ottobre 2016

A frusto a frusto (111)



La prole morale di certe figure carismatiche, come del resto la materiale di certi padri e di certe madri, si incarica quasi sempre con svelta generosità di sciogliere i dubbi che la loro scomparsa avesse eventualmente lasciati sulle loro qualità.

19 ottobre 2016

A frusto a frusto (110)




All'ombra delle migliori cause capita nascano e crescano (e non di rado) le combriccole delle peggiori persone.

18 ottobre 2016

A frusto a frusto (109)



Al pari della ricchezza, come è spregevole il possesso di una dottrina, come sa di furto, di falso e di volgare ostentazione, quando ogni occasione gli è buona per farsi pubblicamente bello spregiando l'altrui ignoranza, che è come dire l'altrui povertà.

17 ottobre 2016

A frusto a frusto (108)




Niente e tutto: grandezze non raggiungibili, neanche sotto la forma comica e perciò tipicamente umana di un non averci capito niente e di un avere sbagliato tutto.  

15 ottobre 2016

Bolle d'alea (21): Sainte-Beuve

"Quasi tutte le celebrità muoiono in un autentico stato di prostituzione. Finire come Sieyès o come Rossini, da filosofo stucco o da artista disincantato".
Charles-Augustin Sainte-Beuve, Mes poisons


[In originale: "La plupart des hommes célèbres meurent dans un véritable état de prostitution. Finir comme Sieyès ou comme Rossini, en philosophe repu ou en artiste désabusé": qui, in italiano, l'ha messa Apollonio. Nel Trésor de la Langue Française informatisé (TLFi), essa illustra la prima accezione della sezione B. della voce prostitution: "Fait de renoncer à sa dignité, de se déprécier; usage dégradant que l'on fait de ses qualités, de son savoir, pour des raisons d'intérêt ou d'ambition, par nécessité ou par obligation".]

14 ottobre 2016

Cronache dal demo di Colono (46): "But what's a sweetheart like you doin' in a dump like this?"

Per Bob Dylan, Apollonio ha nutrito e ancora nutre una grande ammirazione. È quasi superfluo che lo dichiari. La sua età, i tempi e i luoghi nei quali ha fin qui trascorso la sua vita, insomma, fatti piatti e banali spiegano tale sentimento. Con le ragioni che per brevità si diranno estetiche, esso è stato nutrito (e forse ciò val la pena che sia detto) da una sorta di ragione morale: confermata nei decenni, l'impressione che tratto fondamentale e caratterizzante di Bob Dylan sia una rigorosa serietà. Serietà, certo, come professionista ma anche come essere umano, per quanto ciò si possa dire da tanto lontano e quindi limitandosi - è giusto lo si faccia - alla sfera pubblica.
A mettere a repentaglio tale immagine di costante serietà - è questo oggi il pensiero di Apollonio - interviene adesso il conferimento dell'onorificenza di cui tutti in questi giorni parlano: il premio Nobel per la letteratura. 
Nella vita umana e, specificamente nel campo delle arti e della conoscenza, poche cose come gli onori e le pompe sono stati e sono ridicoli, da sempre. Lo sono vieppiù in una temperie come la presente e Apollonio non vuole tediare qui i suoi due lettori con l'esposizione di uno stato di cose che sta sotto gli occhi di tutti e, di conseguenza, hanno ben presente. 
Sotto consacrazioni, ufficialità, ricerca di oggettività nel giudizio e conseguente imposizione di unanimismi c'è forse qualche chiacchiera ma, così dicendo, si rischia di passare ancora per ottimisti. L'ipotesi più credibile è che non ci sia proprio nulla e che, di vero, se così si può dire, ci siano solo i distintivi.
Qualcosa, Bob Dylan, l'ha fatta, con un impegno autentico, operoso e modesto. Non ha bisogno del premio che gli si vuole dare e l'onorificenza, se egli l'ha accettata (come pare sia ormai successo)*, non gli farà onore e incrinerà per sempre la sua lucida immagine di essere umano che bada al sodo e che prende sul serio ciò che fa.
Apollonio non vuole tuttavia perdere la speranza e sogna (sapendo che è un sogno) che, tra qualche mese, dal palco di Stoccolma, Dylan dichiari che non gli importa nulla del premio Nobel, che possono tenerselo o darlo a un Luzi o a un Baricco. E che poco gli cale dei parrucconi che hanno preteso di darglielo, per farsi belli, come di quelli che si sono scandalizzati apprendendo che glielo davano, sempre per farsi belli, dei critici favorevoli e dei contrari, stupidi gli uni come gli altri, dei letterati togati e di quelli in t-shirt, che sbavano per un alloro qualsiasi. 
E detto questo e imbracciata la sua chitarra, cominci a cantare "But what's a sweetheart like you doin' in a dump like this?"


* Qualche ora dopo. Apollonio era male informato. Pare al contrario non sia successo. La speranza che Dylan non si tradisca resiste.

11 ottobre 2016

Vocabol'aria (17): "Turista", "grammatico" e tabù


Viaggiatore, gastronauta, sguardo invece di mappa: da chi sente dove spira il vento (e dice appunto di sognare di volare), quanti espedienti, oggi, per non ammettere d'essere un turista e per non fare sentire turisti, volgarmente, coloro cui si vuole impartire il settimanale fervorino della propria religione trinitaria e la cui opinione si vuole di conseguenza influenzare. 
Lo si scriveva qui, ora è solo un paio di giorni: la stupidità del turista è ormai conclamata ed è chiaro che nessuno vuole passare per stupido, definendosi o lasciandosi definire turista. Si voleva una prova? Eccola sul piatto.
Sulla parola turista si sta insomma stendendo (e, come si sa, non da oggi) la lunga ombra del tabù e essa pare destinata a seguire la sorte già toccata a grammatico. Apollonio lo segnalava tempo fa
In effetti, nessun grammatico, tra le falangi che oggi ne circolano compatte, accetterebbe per sé la qualificazione di grammatico. Con intento eufemistico, dice di sé d'essere un linguista e guai a contraddirlo: sui tabù e sulla correlata correttezza politica di espressione non si scherza. Allo stesso modo, non si dia del turista a un turista: oggi, sarebbe come dargli del cretino. Non sarebbe stato così duecento anni fa, nemmeno cento, ma i valori delle parole cambiano, non solo quelli di sistema ma anche quelli sociali (ammesso che ci sia una differenza).
Immaginino allora i due lettori di Apollonio se, per improvvida rilassatezza, capitasse loro di definire qualcuno come un grammatico che fa il turista o come un turista che fa il grammatico
Amano il quieto vivere? Si orientino piuttosto, al giorno d'oggi, su un linguista viaggiatore o un viaggiatore linguista. Ammetteranno che alle proprie e alle altrui orecchie suonano meglio.
Se poi, anche nella pratica dell'eufemismo, aspirano al sublime, per loro Apollonio ha un consiglio. Dicano (ma, ci si raccomanda, sorridendo angelicamente) un glottonauta odeporico.

10 ottobre 2016

"Se tanto mi dà tanto": linguistica e altre discipline, sui media


Capita spesso che temi legati alla lingua si affaccino sui mezzi di informazione e di comunicazione, tanto sui tradizionali quanto sui nuovi (ma li si può ancora qualificare così?). 
Temi del genere sono quelli sui quali Apollonio vanta, come sanno i suoi due lettori, una modesta competenza. Niente di sofisticato, si badi bene, ed effetto di un commercio con la disciplina, di una militanza di base e di una convivenza con il suo scalcagnato alter ego ormai anche troppo lunghi.
Ebbene, niente è sempre, come niente è mai, quindi non si vuole dire sempre ma certo nella maggioranza delle occasioni che vedono faccende linguistiche affiorare sui media, Apollonio si sentirebbe di assicurare a chi è meno competente di lui e gli chiedesse un parere che le cose che si trovano dette o scritte sono sciocchezze (sovente sesquipedali) e che i modi con cui sono dette o scritte oscillano tra la semplice inconsapevolezza (quando chi parla o scrive non è del mestiere, senza magari saperlo, perché crede di esserlo) e il vero e proprio malandrinaggio (quando chi parla o scrive è del mestiere e può dire di esserlo, perché il mestiere è quello che è e ai mestieranti bisogna che, con un mestiere del genere, ci si rassegni).
Apollonio ha fatto il callo alla circostanza. In gioventù, da tonto, ne menava scandalo, per fortuna quasi sempre solo tacito e interiore. Oggi, essa gli procura spassi sopraffini. Non solo: gli è preziosa, perché gli dà rinnovata occasione di tenere sempre presente una misura di cautela. 
Quando, come ami per il suo desiderio di sapere, sono temi di altre discipline a presentarsi tra le medesime onde, egli, da incompetente, sarebbe infatti pronto ad abboccare come un pesce. C'è però la memore esperienza del trattamento consueto che riceve la sua disciplina. Ciò lo fa subito guardingo. Interviene insomma un salvifico "Se tanto mi dà tanto...". È antidoto alla naturale credulità ed è invito a fare controlli, a interrogarsi, a nutrire dubbi. 
È appena il caso di dire, a scanso di un equivoco da cui si spera siano già esenti i due lettori di Apollonio, che l'attitudine è consigliabile anche nei confronti di questo medesimo diario.

9 ottobre 2016

Cronache dal demo di Colono (45): L'odierno svelamento della radicale stupidità del turista

La faccenda è seria e, forse, che la si butti in politica (e negli angusti limiti di una politica locale o nazionale), invocando implausibili repressioni, è solo una delle consuete manifestazioni del giocoso spirito italiano, che di tutto fa baruffe da cortile.
Come non poche delle trovate del Moderno, il turismo era un'attività umana nuova ed elitaria. Del Moderno, essa segnò appunto i primi fasti. Cresciuta prima pian piano, tumultuosamente poi e come un uragano, i suoi esiti attuali sono sotto gli occhi di tutti coloro che sanno vedere. Da gran tempo, la sua polpa si è del resto putrefatta e si è giunti all'osso.
Anche il turismo finirà, come finisce tutto. Frattanto tutti si fa inevitabilmente i turisti, con maggiore o minore consapevolezza, e sarebbe troppo facile e ingeneroso dire che le distruzioni che il turismo comporta sono solo l'effetto dell'accesso al turismo degli altri o, peggio, delle masse.
Se gli esiti sono tanto indecorosi, c'è infatti da chiedersi se non lo fossero anche i suoi esordi. Se non siano stati già gli esordi a seminare quelle devastazioni del turismo, che sulle prime solo ideali sono adesso a fondamento delle materiali. Se non sia allora già l'ideologia, poniamo, di un Goethe a prefigurare, mutatis mutandis, ciò che adesso si verifica. Se non sia soltanto la scala a rendere oggi facilmente percepibile il turismo, come fenomeno, per ciò che esso è forse sempre stato: un'attitudine umana sovranamente stupida e, in quanto stupida, distruttrice della bellezza.
C'è da chiedersi insomma se non sia già la presenza del turista, anche di un solo turista e del suo sguardo, a rendere brutto, concettualmente brutto e, conseguentemente, brutto nei fatti, ciò che, senza turista e senza essere divenuto oggetto dello sguardo in essenza sciocco del turista, sarebbe forse rimasto bello e meritevole di meraviglia.
Nel suo foro interiore, Apollonio, cui peraltro capita non di rado di fare il turista, crede di avere sciolto tale dubbio e lo ha già confessato ai suoi due lettori.

7 ottobre 2016

Semiologia

Quella che occhieggia sotto tale nome nelle parole di Ferdinand de Saussure e che, opportunamente, bisogna continuare a chiamare semiologia e non semiotica, non è un'ermeneutica, né teorica né pratica. "Nous la nommerons sémiologie [...]. Elle nous apprendrait en quoi consistent les signes, quelles lois les régissent. Puisqu'elle n'existe pas encore, on ne peut dire ce qu'elle sera; mais elle a droit à l'existence, sa place est déterminée d'avance", si legge nel Cours
La semiologia avrebbe dovuto essere, e non è stata, il quadro concettuale in cui inscrivere una concezione della funzione segnica, come rapporto, inaudita fino a quel momento (e, nel séguito, negletta, quando non rifiutata, anche dai linguisti). E sul suo fondamento, si sarebbe dovuta proiettare tale concezione, senza snaturarla e mantenendone la radicale severità differenziale, al di là del limite sperimentale della lingua. Questo è peraltro il dominio in cui la funzione segnica emerge in tutta la sua specificità, grazie a esperimenti che le buone, forse le migliori condizioni di osservazione rendono facili ed esemplari. 
Invece, le semiotiche che hanno prosperato e che si sono brevemente imposte sulla scena delle discipline umanistiche nella seconda metà del Novecento sono in genere ermeneutiche, più o meno tradizionali. Ciò a prescindere dal fatto che si siano richiamate, di norma surrettiziamente, al pensiero di Saussure o che non lo abbiano fatto, trovando altrove (e pour cause) il loro fondamento. Non stupisce, di conseguenza, il vederle già da qualche tempo avviate verso un rapido riassorbimento nelle rispettive case madri, filosofiche, per la maggior parte, per la minore, filologiche. 

4 ottobre 2016

La Terra è tonda...


La Terra è tonda e, andando di occidente in occidente, la civiltà che un giorno si diceva appunto occidentale ne ha compiuto (e da tempo) il giro completo. Ha inseguito il corso del sole, eternamente attratta dal luogo del tramonto, 
In questa temperie, torna dunque da oriente (e da sud) nei luoghi da cui si mosse. Ne partì talvolta inerme, più sovente in armi. 
Il viaggio non le è stato d'altra parte privo di effetti. Torna perciò ibridata ma perfettamente riconoscibile. Ha i tratti che, tolto il belletto, sono forse i suoi essenziali. È rapace, violenta e avventuriera o nutre l'illusione disperata che l'altrove da raggiungere sarà infine la felicità. 
Oggi ancora più disperata, come illusione. Lo si sa ed è forse il massimo insegnamento involontariamente consegnato all'umanità dalla civiltà che sarebbe ormai obsoleto chiamare occidentale: su questa Terra tonda, muoversi è solo un girare in tondo. Una rivoluzione.

3 ottobre 2016

2 ottobre 2016

A frusto a frusto (106)



Nel gran concerto o, se si preferisce, nel caos indiavolato del mondo, non c'è chi non sia, a conti fatti, più di un minuscolo dettaglio. Prestare attenzione ai dettagli: un modo, forse buono, di avere cura di ciascuno ed anche di sé.

1 ottobre 2016

Cronache dal demo di Colono (44): A scuola da Elio, con "Pierino e il lupo"

Anche Elio (l'Elio che si coniuga di norma con "le Storie tese") pare sia finito a fare da voce recitante dell'ennesima versione di Pierino e il lupo. Al Santo Natale manca una dozzina di settimane, e la notizia (culturale, ci mancherebbe) ha cominciato a circolare dove deve. 
Tutti a precisare, ovviamente, che egli assolve al compito a modo suo. Come se ce ne fosse bisogno. Si sa che Elio (con o senza "le Storie tese") fa tutto a modo suo. Fa ciò che fanno molti (o forse tutti, nel suo ambiente) ma a modo suo. Va a Sanremo e lo fa a modo suo. Partecipa a un talent show e lo fa a modo suo. Recita in Pierino e il lupo e lo fa a modo suo. 
Di professione, Elio non fa il cantante o l'uomo di spettacolo, come possono credere i distratti. Fa "quello che fa a modo suo". A tale mestiere deve la sua fortuna, oltre che una fama di intelligenza che sapranno i due lettori di Apollonio se considerare usurpata. L'epoca è infatti tale che nessuno fa a modo suo (anche perché non saprebbe proprio come fare) e tutti fanno come fanno tutti. Che ci sia uno che di mestiere, facendo ciò che fanno tutti, fa "quello che fa a modo suo" è, da parte sua, una bella trovata.
Da una manciata di decenni, d'altra parte, nella carriera di un artista fare da voce recitante in Pierino e il lupo è una sorta di soglia, attraversata la quale non si torna più indietro. È la soglia che s'apre sullo spaventoso baratro della didattica e del bene pubblico. Si sta parlando del baratro che, ora è un po' ormai, ha inghiottito per esempio il povero Roberto Benigni. Anche lui e appunto non a caso, un dì voce recitante in Pierino e il lupo. 
Scavezzacolli per quanto siano stati in gioventù, viene infatti il momento in cui mamme e papà si sentono messi davanti al compito di preparare la loro creatura a un'educazione comme il faut. Sotto la prospettiva musicale, Pierino e il lupo si presenta così al loro orizzonte, da mezzo secolo inesorabile, come sintesi perfetta di conformista anticonformismo. Chi provvede a tale loro esigenza sa bene che sono mamme e papà il vero bersaglio della correlata operazione, non bimbi e bimbe, si spera ancora salvi e salve (per quanto ancora per poco) da simili preoccupazioni. La voce recitante di Pierino e il lupo va così periodicamente rinnovata in funzione dei gusti di una simile platea in cui ciascuno fa come tutti, pensando in tal modo di fare a modo suo. 
È così giunto anche il momento e la consacrazione di Elio (l'Elio che si coniuga di norma con "le Storie tese"), che della pratica è oggi appunto maestro. E, del resto, si scopre che, tristemente, anche in questo caso si tratta di seria didattica e di ricerca del bene pubblico e non di vile e allegro commercio.

26 settembre 2016

Linguistica candida (39): I nuovi detrattori di Noam Chomsky

Era chiaro che a Noam Chomsky, prima o poi, dovesse succedere, come effetto del trapasso dal Moderno ultra-maturo all'attuale e completamente putrefatto (trapasso cui peraltro egli medesimo ha contribuito, dal 1956, con le sue idee e, a partire dal decennio successivo, con la sua immagine pubblica di intellettuale).
In coro, ha cominciato a parlare male di lui gente che, di ciò che il linguista americano pensa e ha fatto, non capisce nulla e, se ne parla male, ne parla male senza capire perché; o meglio, semplicemente perché pensa di mettersi così tra le prime schiere di un tendenziale andazzo.
Nei decenni trascorsi, del resto, non pochi dei suoi estimatori (linguisti inclusi) erano completamente inconsapevoli di ciò che facevano e, anche loro, seguivano un andazzo, con la trasparente ingenuità che fa sempre la fortuna dei furbi. 
Chomsky paga oggi qualcosa di quel facile consenso con gli accenni di un'irrisione maramalda e altrettanto facile.
Facili nemici si raccolgono infatti intorno al simulacro dell'allievo geniale e malandrino di Zellig Harris, dell'ultimo erede del legato metodologico di Leonard Bloomfield (da lui, a parole, proditoriamente rinnegato). Apollonio non li tiene per amici, sappiano i suoi due lettori. E fosse chiamato a decidere con chi stare, l'errore di Chomsky, dei suoi libri, del suo impegno di linguista gli pare incomparabilmente più nobile, come sfida all'intelligenza, della loro montante nullità. Contro le idee di Chomsky si poteva, anzi si doveva argomentare. Leggendo le parole dei suoi attuali detrattori si possono solo allargare le braccia.

18 settembre 2016

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (22): La comparsa di reazionari



Nella storia delle lingue, ma ovviamente non solo in essa, la comparsa di petulanti reazionari è prova certa che il cambiamento è ormai irreparabilmente (e, si può dire, purtroppo) già avvenuto.

16 settembre 2016

Cronache dal demo di Colono (43): Un Campiello sopra le righe

La letteratura, lo si sa, non è una cosa seria. Meglio: non lo sarebbe e non lo era. Lo è divenuta, in una temperie, la presente, e forse già in un'epoca, quella in corso (la deriva non è cominciata l'altro ieri), che non tollera esistano cose poco o non serie. 
Ne sanno qualcosa, per esempio, il gioco, la ricerca, l'amore, il diporto: tutti àmbiti dell'esperienza umana del mondo e nel mondo diventati oggi serissimi, a tratti tetri, come è appunto capitato alla letteratura. 
Una prova? Per contrasto, la più peregrina: la trasmissione televisiva (curata da Rai Cultura, dicono i titoli di testa) della serata finale del Premio Campiello 2016. In rete, dove Apollonio l'ha trovata, pare resti disponibile ancora per un paio di giorni. Se curiosi e non al corrente, i suoi due lettori si affrettino alla verifica.
La produzione del programma, preoccupata della serietà della serata letteraria, l'ha affidata per contrappasso a due conduttori universalmente ritenuti di spirito: una ciarliera signora sarda che fa la sarda e un giovanotto marchigiano, allampanato e, a dire il vero, ormai piuttosto avanti con gli anni. 
Ebbene, per evidente mandato, nelle due ore di trasmissione, non c'è stato un solo momento in cui i poverini non abbiano tentato di metterla sul ridere. Penosamente, non ci sono riusciti. L'ineluttabile aleggiare della tetra serietà di cui ormai vive il tema letterario, come si è detto, ha avuto la meglio, anche se di esso si è avuta cura di tacere radicalmente. 
Facili ironie, giochi di parole, battute, birignao, false baruffe, inciampi, gaffe, uscite demenziali, interviste di sublime trans-idiozia, i due ne hanno tentato di tutti i generi, sempre atteggiandosi inoltre a un trattenuto sussiego. Si pensi: con un esercizio di supremo virtuosismo, per i cento venti minuti hanno anche tenuto sulle loro facce un sorriso che si pretendeva meta-ebete. O forse, in armonia coi tempi, post-ebete. Con l'ossimoro di un ammiccamento esplicito, parevano proferire così a ogni passo, cercando di intercettare la simpatia d'ogni segmento del pubblico nazionale, una tradizionale divisa italiana: il "Ma guarda un po' che s'ha da fa' pe' campa'". 
L'attitudine è del resto precisamente la cifra stilistica dell'attempato ex-giovanotto marchigiano, quella cui deve la sua fortuna. Tra i due, è infatti parso lui il capo-comico e, sullo sfondo, anche lo scalcagnato impresario cui la committenza (gli industriali veneti, un tempo floridi e ora evidentemente male in arnese) ha affidato per ragioni di economia l'intera baracca.
Insomma, con chiara intenzione (giustificata dalla manifesta incapacità di fare altro e di evitare in ogni caso il peggio), non una parola è stata proferita in due ore che non fosse sopra le righe. Ed è difficile non sospettare che, in realtà, lo si sia fatto perché di quelle nude righe letterarie che, in linea di principio, avrebbero dovuto essere le serie protagoniste della serata si è avuta vergogna e che starci sopra era infine un modo buono e a buon mercato per coprirle. 


10 settembre 2016

Linguistica candida (38): Ascoli, Manzoni e la frattura degli studi linguistici di espressione italiana

Con la lingua, Alessandro Manzoni aveva un rapporto viscerale e agonistico ma soprattutto consapevole. C'è bisogno di dirlo? Non era, in altre parole, un cretino di talento, come sono stati e sono scrittori anche molto rinomati. Ed era, nella prassi, ancor più che nella teoria, un fine grammatico, oltre che (e non paia un paradosso) un acuto linguista speculativo. Cultore di una linguistica diversa da quella che praticò il bravo glottologo Graziadio Isaia Ascoli. 
Ascoli infatti non capì Manzoni: gli mancavano i mezzi e sarebbe difficile immaginare due uomini dalle formazioni più diverse e contrastanti. Meglio, a Manzoni appena morto, di Manzoni linguista, con qualche schiamazzo, Ascoli fece mostra di capire ed enfatizzò ciò che, a suo parere, era sbagliato e, certamente, era discutibile. 
L'enfatico additamento dell'errore altrui, invece della piana esposizione di ciò che positivamente si ha da dire, lasciando all'intelligenza del lettore il ponderato giudizio, è del resto malvezzo avvocatesco da cui lo stile di argomentazione della glottologia non si è più liberato.  
Erano faccende politiche, del resto: cascami di pensieri, raccolti da epigoni che il Risorgimento, con il suo esito, aveva messo nelle condizioni parossistiche tipicamente produttrici di sconsideratezze. Temperie - tutti e tutte le si conosce, visto che si ripresentano periodicamente - in cui qualcosa, qualsiasi cosa bisogna si dica e si faccia, pena il sentirsi fuori del flusso vitale (ingannevolmente, vitale) che corre per il mondo. Esattamente le situazioni, invece, in cui non bisognerebbe far nulla, lasciando che il mondo vada appunto al diavolo da sé, consapevoli con un sorriso della probabilità di trovarsi ineluttabilmente ad accompagnarlo.
Dalla frattura ideale tra Manzoni, il linguista fine e speculativamente pratico, e Ascoli, il rude e bravo glottologo delle inezie e dalle frustrate ambizioni di finezza, frattura decretata da Ascoli, come s'è detto, l'attenzione alla lingua e gli studi linguistici d'espressione italiana non si ripresero mai più. Lo spirito di Manzoni avrebbe certo avuto bisogno di Ascoli. Ma molto, molto di più Ascoli avrebbe avuto bisogno dello spirito di Manzoni, se l'avesse capito. 
Ora che, in proposito, una tradizione nazionale qualsivoglia pare si stia definitivamente disperdendo (se non s'è già completamente dispersa) nell'indeterminatezza di idee cervellotiche tanto locali, quanto globali, Apollonio pensa sia il caso di dirlo, come ipotesi di testimonianza, a chi, giovane e sfaccendato o sfaccendata, vuole conservare la curiosa memoria di glorie (poche) e fallimenti (tanti) della linguistica di espressione italiana.